L’INTERVENTO

Sono passati quasi ventun’anni da quell’otto settembre 1987 che vide il successo del referendum contro il nucleare e portò alla chiusura delle centrali atomiche italiane già avviate e bloccarono quelle in costruzione. Una decisione sciagurata, oggi possiamo ben dirlo se pensiamo che l’Italia importa l’85 per cento dell’energia che le occorre, con quel che costa. Il 72 per cento degli elettori che votarono «no» fu suggestionato dal disastro della centrale russa di Cernobil, ma furono alcune forze politiche, e segnatamente alcuni leader ambientalisti, a rendersi responsabili di un voto che ha causato problemi di cui soffre oggi il nostro sistema economico.
Tra i promotori del «no» ci furono Claudio Martelli, vicesegretario socialista che si illuse che il suo partito potesse attrarre voti «verdi» (che in Germania allora raccolsero molti consensi) sì da diventare forza determinante al posto della Dc; i radicali, ambientalisti passionali da sempre; le sinistre, nelle quali si distinse particolarmente Chicco Testa, comunista ed ecologista, che fu poi addirittura insediato alla presidenza dell’Enel, la nostra massima istituzione energetica.
La sorpresa è ora proprio Chicco Testa, antinuclearista pentito con un libro di prossima edizione Einaudi: Tornare al nucleare? dove il punto interrogativo è solo un espediente dialettico, perché il «no» politico dell’87 è ora un «sì» incredibile.
Siamo, come al solito, a una commedia all’italiana degna del poemetto eroicomico secentesco La secchia rapita di Alessandro Tassoni più che all’Arlecchino settecentesco dell’elegante e satirico Goldoni.
Ma ecco il punto: si torna a parlare finalmente del nucleare e abbastanza seriamente, anche con toni prudenziali, nel timore di urtare la suscettibilità degli ambientalisti, veri o finti che siano. Ne è prova la circospezione con cui il tema è trattato nel programma del Partito democratico veltroniano. Al contrario, lo stesso tempo viene presentato come scelta obbligata nel programma del Popolo della libertà berlusconiano.
È un fatto, però, che mentre tutti alzano voce per tasse e qualche altro problema dell’energia, soffermandosi più sul costo delle bollette che sulla sostanza vera del problema, che sta strozzando il nostro sistema economico. Siamo il Paese europeo più dipendente dall’estero: per il petrolio dagli arabi, per il gas dalla Russia, compriamo energia nucleare dalla Francia, le cui centrali sono distanti pochi chilometri in linea d’aria dal nostro territorio, il che rende ridicoli i timori degli ambientalisti. Abbiamo anche raggiunto il colpo dell’ipocrisia: il nostro Enel investirà qualche miliardo in un impianto nucleare francese (a Flamanville), dove lavoreranno alcune decine di nostri ingegneri.
Insomma, guai a parlare di impianti nucleari in Italia. Prevale in materia un fariseismo ufficiale, una doppiezza invereconda, che non è solo della politica purtroppo. Per cui è difficile spiegare, per esempio, come la Edison, società privata, azzardi a preparare progetti per la costruzione di una decina di centrali nucleari nel giro di quindici-vent’anni, con la previsione di una spesa da venti a quaranta miliardi di euro. Evidentemente la speranza è che la politica trovi coraggio, uscendo finalmente dall’astrattezza, di decidere per un «sì» che solo l’incoscienza e una democrazia degenerata hanno finora negato.
Fa piacere segnalare il coraggio dimostrato a Milano da alcuni liberali (Carta libera, Riformatori liberali, Istituto Bruno Leoni), che sabato scorso si sono esibiti alle Stelline, di fronte ad un pubblico ristretto ma estremamente scelto, proprio sull’urgenza di affrontare realisticamente e concretamente il tema nucleare. Vanno segnalati gli interventi di due esperti, Guido Possa, senatore di Forza Italia, e il professor Ernesto Pedrocchi, ordinario di energetica al Politecnico. Finalmente - questo va detto - si esce allo scoperto. C’è solo un po’ di ambiguità nel titolo della conferenza: «Il nucleare per una nuova stagione di ambientalismo liberale», dove la parola «ambientalismo» risulta indubbiamente un po’ equivoca. Finalmente, però, il problema viene affrontato, il che è molto in un Paese che l’amico Marco Vitale definisce opportunamente «del pressappoco».