L’INTERVENTO

È la Lega l’oggetto della diagnosi politica che sta impegnando i migliori commentatori. Dei molti scritti sul tema ce n’è uno penetrante del nostro amico Bettiza su La Stampa, che con sintesi impareggiabile recita tra l’altro un requiem impietoso e oggettivo per la cosiddetta Seconda Repubblica, «ombra storta e contorta» della Prima. Il tema della Lega s’impone ormai come il più importante e anche il più utile per capire che cosa stia accadendo nella politica italiana. Diciamolo con franchezza, quando più di vent’anni fa Bossi comparve sulla scena politica nessuno poteva prevedere la strada che lo studente fuoricorso avrebbe percorso. I suoi modi, il linguaggio, le singolari tesi politiche ne facevano un personaggio incomparabile.
Non c’è più da scherzare sul Bossi Masaniello del Nord. Masaniello lo è di certo, ma non finirà come il pescivendolo napoletano del Seicento. Chi lo ha capito, ancora meglio di D’Alema e dei sociologi di scuola marxiana, è Berlusconi che, da politico deciso a durare, se lo coccola e colma di premure. I due s’intendono perfettamente. Il leghista dice: «Parlo solo col Cavaliere», e il Cavaliere commenta imperturbabile: «Con Bossi è tutto ok, nessuna frizione». Amen, chi spera in una secessione della coalizione di centrodestra si metta l’anima in pace per ora, il tempo non sarà breve.
Ma vediamo di capire che cos’è oggi la Lega, che cosa è diventata in questi anni. Si dice: l’unica forza insediata sul territorio. L’ex comunista Filippo Penati, già sindaco di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, adesso presidente della Provincia di Milano, ha finito per ammettere l’esistenza della Padania; tanto cara a Bossi, affermando: «La Padania non è un luogo geografico, ma un luogo politico con una dimensione territoriale in cui esiste omogeneità di problemi». In sostanza è il riconoscimento del «nordismo» leghista.
Meno favorevole l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, che alla Lega rimprovera la durezza verso i «rom» e un localismo che, dice, «intrappola», mentre invece «serve uno sguardo più ampio». Frecciate curiali, alle quali il più giovane dei leghisti ambrosiani, Salvini, replica che «anche la Chiesa di Milano, che segue il rito ambrosiano diverso da quello di Roma, è da tempo identitaria e localista». Una guerricciola che, almeno in campo religioso non avrà seguito.
Territorio, localismo: ecco le ragioni più profonde del successo della Lega, che è ormai il partito più partito dei tanti esistenti. Partito, cioè gruppo politico, omogeneo, fazione se si vuole nel senso più o meno ideologico, come non ce n’è più. Che cosa sono ormai gli altri partiti? Coalizioni di individui e interessi i più diversi, dove si discute poco, se non per niente addirittura, dove si aderisce e basta, senza legami collettivi sul territorio.
La Lega è fortemente insediata sul territorio, degli abitanti assorbe umori, proteste, richieste, e lo fa con quella visceralità che asseconda voglie, desideri e disposizioni d’animo popolari. Sì, ripetiamolo, la Lega è il partito più partito, cioè fa parte vitale della gente che vive sul territorio, ne soffre i problemi e li vuole risolti. Ha ormai una classe dirigente tutt’altro che fragile e impreparata. In questi anni si è scremata, selezionata, maturata.
Come negare una simile realtà? Come non giudicarla l’unica novità della politica italiana? Il «venticello di Pontida», come lo definisce Bettiza, soffierà, altro se soffierà, per molto. Resta solo di augurarsi che non diventi ciclone. E c’è da sperare nel buon governo di questo vento da parte di Eolo-Berlusconi.