L’INTERVENTO

Caro direttore, le scrivo dopo aver letto la pagina che avete dedicato all’omeopatia. Generalizzare è sempre poco saggio e, quando si affrontano questi temi, anche poco scientifico.
Troppo spesso «omeopatia» è una parola che richiama un concetto di terapia accattivante, dolce, capace di essere esteso a tutte le altre forme di cura non accademica. Così tutto diventa omeopatia, nel bene e nel male. Si è letto qualche giorno fa: si sospende l’insulina a una ragazzina diabetica e chi l’ha fatto è un omeopata! Però non ci si chiede innanzitutto se chi l’ha fatto è un medico. Bisogna infatti sapere che il medico omeopatico è un laureato in Medicina, che ha fatto il giuramento di Ippocrate che lo obbliga nei confronti dei pazienti e deontologicamente nei confronti di altri medici. È vero che esistono buoni e cattivi medici, sia nella medicina accademica che in quella omeopatica. Ma mentre nei confronti dei primi in caso di carenze si parla di «malasanità», nei confronti dei secondi si condanna il metodo usato: come se per l’incidente di un chirurgo si accusasse la chirurgia in genere.
È possibile, in un mondo scientifico che si dovrebbe mettere costantemente in discussione proprio perché è scientifico, credere solo all’evidenza dimenticando l’esperienza? Mentre la scienza si evolve - ad esempio fisica e neuroscienze - e il possibile e il probabile superano il certo, si ha la sensazione che un rigorismo aprioristico colpisca l’omeopatia. Il professor Silvio Garattini sembra leggere solo ricerche e studi contro l’omeopatia. Per coltivare il dubbio che dovrebbe sempre animare il ricercatore, ha letto almeno per curiosità le riviste che ne parlano non solo negativamente? Perché nelle università americane stanno seriamente studiando la metodologia delle Cam (Complementary alternative medicine)? Si può rispondere con un assiomatico e aprioristico rifiuto a un qualsiasi studio sull’infinitesimale?
Molti rimedi omeopatici utilizzati non superano il numero di Avogadro quindi non solo «il nulla», o «acqua fresca» come si sente dire. Quando si parla di omeopatia con scarsa conoscenza la si fa equivalere solo al concetto di diluizione della sostanza somministrata, mentre l’omeopatia si fonda anche e soprattutto sul principio dei simili.
Credo che anche un solo risultato positivo dovrebbe, in un osservatore obiettivamente neutro, sollecitare l’interesse a chiedersi il perché. Gli scettici parlano di effetto placebo: ma dall’effetto placebo non sono esenti nemmeno i farmaci più potenti e frequentemente usati dalla medicina accademica. L’approccio dogmatico allontana dal concetto di persona e dal rispetto per la sua libertà di pensiero e di cura.
*medico omeopatico