L’intervento Capriole progressiste sulla morte cerebrale

Il tema delle morte cerebrale è tornato di recente alla ribalta nel corso di un panel internazionale svoltosi al Festival della Salute di Viareggio. Al convegno, organizzato dal senatore Pd Ignazio Marino, hanno partecipato alcuni esperti internazionali di riconosciuta fama, i quali, in sostanza, non hanno che semplicemente ribadito quanto, sulla base del mio libro Morte cerebrale e trapianto di organi (Brescia, Morcelliana, 2008), dovrebbe essere anche in Italia chiaro da tempo, e cioè l’inattendibilità del criterio cerebrale di morte. Ciò che, in relazione a questa recente vicenda, desta maggiori perplessità è che l’anno scorso, quando il mio libro si trovò - causa una benevola recensione di Lucetta Scaraffia dalle colonne de L’Osservatore Romano - al centro di un dibattito pubblico, il senatore del Pd intervenne dalla prima pagina di Repubblica con un articolo il cui titolo era tutto un programma: «Atto irresponsabile». Sarebbe stato, insomma, «irresponsabile» criticare la nozione di morte cerebrale, dal momento - a suo dire - che si trattava di un criterio ormai scientificamente acquisito e definito.
Che Marino sia stato folgorato sulla via di Damasco, dal momento che, oggi, sostiene la tesi esattamente opposta?
Sulle ragioni di questa conversione sospendo il giudizio. Ma, ai molti lettori di Repubblica, va, tuttavia, segnalata l’incoerenza di un giornale che, prima interviene con una durissima reazione - Marino, Veronesi e, alla fine, persino il direttore Mauro - per soffocare sul nascere il dibattito che si stava aprendo sul mio libro, e ora, invece, sponsorizza Marino e la sua repentina conversione. A criticare il senatore è rimasta (ovviamente) la «Società italiana trapianti di organo» e Nanni Costa, direttore del «Centro nazionale dei trapianti», il quale, sulle pagine (non a caso) dell’Avvenire, ha ribadito l’assoluta attendibilità del criterio neurologico di morte e della celebre definizione di Harvard, coniata nel 1968: se si dichiara morto il paziente senza attività cerebrale tenuto in vita dai respiratori, sino ad allora ritenuto ancora vivo, allora tanto lo scollegarlo dal respiratore, quanto il prelevargli il cuore ancora pulsante, sono condotte egualmente lecite e giustificabili tanto sotto il profilo giuridico, quanto sotto quello morale. Con una - apparentemente - abilissima mossa la Commissione di Harvard aveva preso «due piccioni con una fava». Una volta dichiarati morti tutti quei pazienti che si trovavano in coma apneico irreversibile, spegnere il respiratore, oppure tenerlo ancora acceso ai fini del trapianto, non costituiva più un problema, dal momento che il paziente era dichiarato morto.
Ma una ragione scientificamente valida per ritenere che la morte di un organo, sia pure importante come il cervello, equivalga alla morte di fatto, in realtà, non c’è mai stata. Tutto ciò lo intuì, da subito, un grande filosofo, Hans Jonas, in un saggio - la cui traduzione italiana è stata da me curata con il titolo Morire dopo Harvard - i cui argomenti, oggi, sono divenuti a tal punto ineludibili che persino il senatore Marino è stato costretto a prenderne atto.
Solo che da questa constatazione, invece di assumere un atteggiamento quantomeno di prudenza nei confronti dei trapianti, il senatore trae ben più radicali conseguenze: gli attuali criteri sarebbero, a suo dire, troppo rigidi e, pertanto, essi andrebbero rivisti per facilitare ulteriormente i trapianti.
*Ordinario di Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Genova