L’intervento Sì caro Dario, io farei educare i miei figli dal Cavaliere

«Fareste educare i vostri figli da quest’uomo?». L’interrogativo di Dario Franceschini è la versione italiana e familista di quello, famoso, lanciato nella campagna elettorale di Kennedy contro Nixon: «Comprereste un’auto usata da quest’uomo?». Avrebbe voluto essere una domanda retorica, la cui risposta era data per scontata: no, naturalmente. Non affiderei mai il mio figlioletto a un signore così pericoloso, che ha già divorziato e forse lo farà di nuovo, che si lascia fotografare con i cuochi a feste di compleanno in discoteche di provincia, e non risponde alle meticolose e pruriginose richieste di chiarimenti sulla sua vita privata da parte di Repubblica. Ma se invece l’intenzione del segretario del Pd era di aprire un sondaggio, vorrei rispondere.
Conosco pochissimo il presidente del Consiglio sul piano personale, e posso valutare solo in base a informazioni a cui qualunque lettore di giornali ha accesso. Silvio Berlusconi mi sembra, prima di tutto, un buon padre. Un padre amato, che ha fatto sentire amati i suoi figli, a giudicare dalle loro reazioni, e da concordi e varie testimonianze. È, per ammissione della stessa moglie Veronica, un nonno affettuoso che passa le ore a giocare con il suo ultimo nipotino; è un uomo generoso, capace di conservare amicizie di lunga durata, nate nella giovinezza, ha rispetto per gli avversari, e non infierisce quando cadono in disgrazia. I suoi figli sembrano felici, equilibrati, fin troppo bravi ragazzi, lavorano e mettono su famiglia. Dov’è il disastro educativo, la pessima influenza esercitata sulle giovani menti? Sono altre le figure paterne da cui mi terrei lontana. Non farei educare i miei figli da chi insegna l’odio, da chi valuta con doppie e triple misure, da chi non si lascia mai andare, da chi guarda solo al moscerino nell’occhio altrui e non alla trave nel proprio.
Temo che se il sondaggio davvero si facesse, ne uscirebbero risultati opposti a quelli desiderati da Franceschini, che sarebbe probabilmente sommerso da risposte entusiaste: mezza Italia vorrebbe un padre così, trascinante e protettivo, che magari qua e là si lascia scappare qualche «bugia bianca», come ha spiegato Giuliano Ferrara, detta per far piacere all’altro, o per depistarlo ed essere lasciato in pace. Le bugie sono spesso la difesa di chi non è cattivo o cinico, e non sa ricorrere a strumenti più aggressivi. Anche mio padre era generoso e sprecone, a volte distratto nei confronti della famiglia, e invece disposto a chiacchierare fino a tarda notte con il primo venuto; diceva molte bugie innocenti (ma anche qualcuna non troppo innocente) e non potrei sostenere che fosse sempre di buon esempio. Ma mi ha insegnato tanto, e non ho mai invidiato chi aveva padri a cui non bisognava perdonare nulla, molto virtuosi ma magari incapaci di offrire calore, fascino, e qualche volta uno sguardo attento.
*sottosegretario al Welfare