L’intervento Ma se i veneti devono arrangiarsi lo facciano anche gli altri

Eccovi serviti amici lettori: lezione d’olio di gomito made in Veneto. A quattro giorni dall’alluvione che ha funestato le province di Padova, Verona e Vicenza gli abitanti hanno già ripulito il fango da case e capannoni, messo in secco macchinari, attrezzature e mobili. I Comuni hanno ripristinato luce, acqua e gas. La vita ha ripreso a scorrere con il suo incedere quotidiano anche se i detriti della tragica esondazione sono ancora ai margini delle strade e negli incubi notturni. Le scuole sono già riaperte perché bisogna insegnare alle future generazioni che da queste parti non si scherza: si lavora, possibilmente in silenzio.
Mai si erano viste tante ramazze in televisione: siamo passati d’un colpo delle scopate del premier alle scope di giovani, anziani, uomini e donne che ripulivano la loro casa e la strada comune. Mentre i diversamente italiani rimettevano in sesto la baracca fuori dalla finestra ineffabilmente diluviava ancora, ma i nostri continuavano il loro lavoro di ripristino della normalità incuranti del destino secondo il credo locale: testa bassa e lavorar. Una abnegazione e una tempestività da guinness dei primati: nemmeno il tempo che i palazzi romani e gli altri italiani si rendessero conto dell’accaduto che qui era già tutto bello e sistemato. Le trasmissioni televisive nazionali hanno mostrato le immagini di capannoni svuotati e puliti laddove due giorni prima c’erano due metri e mezzo di fango e pantegane.
Esaurita però la patetica manifestazione della solita solidarietà di convenienza, da più parti soprattutto rosse si è iniziato un mormorio di crudele ambiguità: «che piagnucoloni questi Veneti ora vogliono pure i quattrini». Già, che stravaganza questa rozza gentaglia settentrionale affamata di denari che si permette di fare i conti dei propri danni e chiederne il ristoro alla comunità che finanziano da decenni con il secondo Pil nazionale. Che bestemmia, per fini pensatori come Michele Serra, richiedere un miliardo allo Stato italiano quando ogni anno se ne danno in tasse 68 miliardi e se ne ricevono di ritorno 48: un vero e proprio scempio economico.
E come se non bastassero tali ardite pretese, arriva immancabile l’indagine della procura della Repubblica di turno sulle presunte omissioni di quei rozzi padanacci dei sindaci locali. Ovviamente un pm che indaga perché una calamità naturale è tale, non è uno sperpero di denari pubblici, ma la progressista preparazione del materiale per la propaganda è di Annozero & C. S’impone allora una precisazione: l’olio di gomito non è né di destra né sinistra al pari dei quattrini che ogni anno i veneti mandano allo Stato centrale. Non vogliamo promesse di destra, né perbenismi di sinistra, ma solo ciò che ci spetta senza se e senza ma, caro Caldarola. Quando Lei sostiene che ci siamo «meridionalizzati» e scrive «Arrangiatevi mi muore in gola» è parecchio fuori strada: almeno per una ventina di milioni di ragioni l’anno pari al saldo negativo fiscale Veneto-Italia. Lo sa che dividendo le tasse pagate dal Veneto per i giorni dell’anno scoprirà che in cinque giorni la baracca l’abbiamo tirata a lucido e in altri cinque la rimetteremmo a nuovo con macchinari e arredi con soldi nostri, se non fossimo spremuti dall’amministrazione centrale.
Allora, non soffochi le sue passioni che non è mai così buona, liberi l’urlo istintivo. Noi ci arrangiamo molto volentieri: è qualcun altro in questo paese che non è in grado di farlo. Non vogliamo che l’unica volta in decenni in cui chiediamo di ritorno un ventesimo di quello che diamo annualmente vi costringa strozzare urla in gola o tenere a freno calamai rossi. Date libero sfogo alle istanze del Partito degli Appennini sommate a reduci democristiani di Casini, Mpa e al meridionalismo di Fini che non vede l’ora di affondare il federalismo fiscale servendosi delle foto di Falcone e Borsellino. Diteglielo a questi buzzurri, razzisti, poco radical e troppo sgobboni per i vostri gusti che si arrangino e che siete stanchi di farvi mantenere. Posso assicurare che non vedono l’ora.
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