L’intervento Se l’orrore si nasconde dietro alla solitudine

E se fosse la solitudine la causa di tanta violenza? Davanti ai fatti di questi giorni, le immagini, le parole hanno invaso la nostra mente. Ci sogniamo persino il garage del delitto, il pugno dato alla romena che stramazzò per terra, il corpo del taxista massacrato di botte dopo aver travolto un cane, il bimbo buttato nella pattumiera. E, per completare il tutto, il bidone dell'acido che sciolse il corpo di una donna. Vorrei che questi fattacci potessero svegliare la coscienza, la facessero uscire dal freezer.
Al di là di episodi pubblicizzati che fanno apparire persone e modalità di convivenza sempre più strane e problematiche, l'uomo che aggredisce e uccide è un uomo solo, chiuso nel suo piccolo spazio, in lotta con sé e con gli altri o almeno in atteggiamento di difesa. Un uomo solo che per annullare le distanze e attirare l'attenzione su di sé, spesso si serve di emozioni forti negative, di gesti aggressivi, di reati che fanno parlare di sé e che offrono all'esecutore la possibilità d' uscire dal suo isolamento apparentemente normale. Michele Misseri probabilmente è questo uomo solo che viveva tra il garage e i campi. In casa per la figlia Sabrina era il «paparino» da usare, comandare e speriamo che non ci sia altro. Per la moglie Cosima era solo un lavoratore indefesso, magari ignorato, ripreso, per niente stimato. Questo contadino sembra aver trovato il modo per infrangere un isolamento che durava da anni: far parlare di sé, non importa come.
Non si pensi che Michele abbia deciso un bel giorno d'inventarsi il delitto per uscire dal suo bunker che lo teneva segregato, No, prima di questo fatto aveva certamente cercato di entrare in comunicazione con la figlia Sabrina, assicurandole disponibilità , attenzione, premure, E con la moglie Cosima portandole a casa dalla campagna le verdure, assicurandole i tanti e diversi lavoretti in casa. Michele accettò di essere un servo in casa, un passero solitario nei suoi campi, una persona insignificante nei rapporti sociali.
In queste condizioni la mente si adegua pur conservando in sé il disagio del non valere, di trovarsi a vivere tutti i giorni come il «signor nessuno». Michele stava ogni giorno in compagnia con la sua ombra che proiettava sui suoi campi mentre seminava, coltivava, raccoglieva cipolle, carote, prezzemolo e altro. Immaginiamo quante voglie sono rimaste frustrate nella testa di questo uomo dei campi. Fino al punto di intravvedere alcune vie d'uscita. Sara lo attira, anche se è sua nipote ed è troppo giovane: la vuole però, prova per lei quella attrazione morbosa che gli permette di uscire con la fantasia dalla sua «scatola chiusa». Passa poi alle avance, ai toccamenti e magari scherzosamente, anche alle proposte. Il rifiuto di Sarah acutizza il senso d'abbandono, di rifiuto. Da questo punto in poi la mente dello zio è in preda a un insieme di stati compulsivi che manifestano la voglia d'appartenere a qualcuno. Non sopporta più la sua solitudine e nel gesto violento di strangolare Sara percepisce inconsciamente di possederla, di avere qualcosa di suo, solo suo da buttare persino in un pozzo e fare di questo, una macabra tomba dove pregare. Con il passare dei giorni, quel buco dove ha buttato la nipote non gli basta più. Cerca d'attirare su di sé l'attenzione con esternazioni di dolore davanti alle telecamere per il ritrovamento del telefonino, singhiozza, ha paura d'essere incriminato. Non ci vuole un esperto che rovista nel profondo della psiche per capire che si tratta di una persona sola in cui vi è stata in lei una escalation di gesti per uscire dalla sua «scatola chiusa». Anche dopo la confessione e dopo aver reso possibile il ritrovamento del cadavere di Sara, Michele ha bisogno di essere ascoltato, dice e smentisce, compensa la sua solitudine attirandosi vicino giudici, avvocati.
Il contadino di Avetrana è una persona sola. E sola è anche Sabrina la figlia che ha attirato attorno a sé telecamere, giornalisti, Il suo modo di parlare, i suoi sguardi, i cambiamenti d'umore stanno a dire che anche lei faceva parte di «quella scatola chiusa», Basterebbe indagare sui suoi tentativi per uscirne, prima di questo delitto. Non penso che si fosse sostituita alla madre sessualmente. È più facile sostenere che aveva in pugno il padre, che era diventata padrona di questo uomo, a mio parere, privo d'identità.
Ribadisco (non per diminuire le responsabilità dei rei) che la violenza è spesso figlia della solitudine. Noi siamo fatti per stare insieme, per condividere le angosce e speranze. Forse c’è un errore, quello di trincerarsi nella solitudine e credere di poter rispondere da soli alla grande attesa d'affettività che portiamo appresso. Ha ragione Marcello Veneziani nel sottolineare che esistono venti milioni di famiglie in Italia valide, comunicative e solo qualche migliaia in balia di rabbia, rancore o almeno di una venatura di tristezza. Mi preoccupa però che queste ultime con il tarlo della solitudine e con il «virus» della violenza siano in aumento.
Che fare? C'è una via d'uscita? Alle persone sole che covano in sé rabbia, violenza e che distruggono sé e gli altri, faccio la proposta di uscire dal loro bunker o scatola chiusa, di buttarsi tra i bambini e giocare con loro, di aprire la finestra ogni mattina e gridare allo spazio infinito «io ci sono per danzare con voi amici in questo nuovo giorno ». Poi lo so che non è sufficiente questo tuffo nell'umano. Abbiamo bisogno di Dio, di sentirlo dentro come forza che ci libera dal male e ci sostiene nel bene. Mi fece una domanda un giovane della mia Comunità terapeutica: «Ma Dio se ne andato, è in ferie, se ne frega di noi o l'abbiamo fatto fuori?». Ce l'aveva con Dio per il male che sta dilagando. Gli ho risposto: «Dio ci sta alle calcagna e ci sta guardando, si è accorto però che ognuno di noi è un dio. Non ci vuole sostituire, ci lascia fare, non so fino a quando».
*Presidente della Fondazione promozione e solidarietà umana