L’intervento Urgente riequilibrare i poteri

di Alfredo Mantovano*

C’è un nesso fra la gestione giudiziaria del caso di Eluana Englaro e la gestione giudiziaria delle dichiarazioni di Ciancimino jr.? Il quesito non appaia folle; non ipotizzo un «complotto dei giudici» teso contestualmente a togliere la vita per via giudiziaria a una grave disabile e a togliere l’onore, sempre per via giudiziaria, a esponenti delle istituzioni attuali o di quelle passate. Ciò che lega due vicende così logicamente e geograficamente distanti è che esse costituiscono la comune espressione di un tentativo di governo del corpo sociale per via giudiziaria. Il Parlamento discute del peso, dell’estensione e del modo per esprimere eventuali dichiarazioni anticipate sulla propria fine terrena? Taluni giudici, di merito e di legittimità, inventano loro una legge, stabiliscono che idratazione e alimentazione sono parificabili ai trattamenti sanitari e che il consenso può essere desunto da mezze frasi pronunciate vent’anni prima. Il Parlamento ha già deciso - e più volte ribadito per legge - che la parola del “pentito” va presa in considerazione solo se intrinsecamente attendibile e solo se corroborata da riscontri esterni? In un’aula d’udienza viene fatto parlare, e a lungo, un soggetto che non è neanche un collaboratore di giustizia - ma che comunque è condannato e imputato per fatti di mafia -, il quale, con attinenza pari allo zero rispetto alle vicende processuali per le quali formalmente viene interrogato, parla di Berlusconi, di Dell’Utri, di Rognoni e di Mancino, senza che sia stato acquisito un solo riscontro. E questo accade dopo che in altro giudizio un aspirante collaboratore di giustizia aveva discettato, pure lì senza alcuna evidente conferma, della presunta vicinanza a Cosa nostra del presidente del Consiglio.
Da tempo si discute del duplice profilo che presenta la magistratura: quello (come ricorda Luciano Violante nel suo più recente scritto) dell’essere “potere” e quello dell’essere “funzione”. Il profilo del potere conosce dei limiti, stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi, anzitutto nei rapporti con gli altri poteri: il rispetto di questi limiti impedisce a un potere di diventare “strapotere”. Quando - come per primo ha denunciato il Giornale un paio di mesi fa - un procuratore della Repubblica iscrive nel registro degli indagati, e poi interroga alla presenza dei difensori, i comandanti delle unità navali italiane impegnate in acque internazionali nella prevenzione e nel contrasto dell’immigrazione clandestina, accade che il potere dell’autorità giudiziaria sconfini nel potere proprio del governo, e vanifichi decisioni che cadono sotto la responsabilità politica dell’esecutivo, peraltro in attuazione di trattati internazionali. Quando - come è accaduto un paio di mesi fa - un’aula giudiziaria viene trasformata in una tribuna stampa per propalare al mondo le affermazioni secondo cui Berlusconi avrebbe iniziato il suo percorso politico all’esito di una trattativa con la mafia, dopo aver concordato le stragi, si cerca - ancora una volta - di condizionare l’azione del governo in carica, delegittimandone il leader. Lo stesso discorso vale in queste ore per l’interrogatorio di Ciancimino jr.
Ciò che non può e non deve sfuggire è che l’obiettivo di chi utilizza strumentalmente dichiarazioni prive di qualsiasi valore processuale, perché intimamente contraddittorie e non riscontrate neanche in parte, non è quello di giungere alla condanna di Berlusconi: è evidente che ciò sarà impossibile, sia perché il premier non è imputato né indagato nei processi nei quali viene calunniato (e già questo dovrebbe far saltare sulla sedia ogni persona di buon senso), sia perché - quand’anche lo fosse - mancherebbe il minimo indizio. La strategia punta al “mascariamento”: in italiano si dice in altro modo, ma il senso è identico. Il “mascariamento” non dà possibilità di difesa tecnica; di più: la gestione processuale di Ciancimino jr. fa sì che l'esame dei difensori (del prefetto Mori, che non c’entra nulla con gran parte delle affermazioni di Ciancimino) sia stato impedito nella medesima udienza durante la quale egli ha risposto al pm; il dichiarante è stanco, così si è motivato il rinvio per il controesame della difesa al 2 marzo (quasi un mese).
Il Parlamento in questo momento ha all’ordine del giorno provvedimenti tesi a ristabilire l’equilibrio fra i poteri. È la strada giusta, a prescindere dal dettaglio del merito; la strada giusta non è quella di smantellare gli istituti del contrasto alla mafia che - bene adoperati - sono in grado di produrre risultati importanti, come sta avvenendo in tanti circondari d’Italia. La strada giusta è quella di impedire a parte del «potere magistratura» di superare i confini del «potere governo» e del «potere Parlamento». Non per difendere privilegi dell’uno o dell’altro; ma per garantire il rispetto della volontà del popolo, che col suo voto ha fatto sì che nel Parlamento si formassero determinate decisioni. E, parallelamente, per consentire alla magistratura di esercitare al meglio il proprio essere «funzione». Per esempio, per far sì che le energie e i mezzi impiegati per permettere la diffusione delle calunnie di “pentiti” effettivi o ipotetici siano invece concentrate per reprimere la mafia vera.
*Sottosegretario all’Interno