L’intervento Veltroni, salvatore della patria che nessuno vuole

SCAMBIO DI RUOLI Per far bene il suo mestiere di sceneggiatore è meglio che stia lontano dalla politica

Walter Veltroni è ricomparso improvvisamente sulla scena politica, segnalandosi per l’appoggio a Emma Bonino e le critiche rivolte a Pierluigi Bersani. Per dovere di cronaca, si segnala anche la difesa di Piero Marrazzo. Massimo D’Alema e Walter Veltroni rappresentano in fondo i due estremi di una classe dirigente dell’ex Pci, cresciuta all’ombra di Enrico Berlinguer. Entrambi riassumono le idee e lo stile di un partito che, attraverso successivi cambi di nome, ha finito per abbandonare le qualità positive del vecchio Pci trattenendone solo gli aspetti negativi. Se, come abbiamo cercato di dimostrare sulle pagine de il Giornale, Massimo D’Alema incarna un tatticismo cinico e senza principi, Veltroni rappresenta, all’opposto, la riduzione della politica a narrazione fantastica, disancorato dalla realtà e dalla vera cultura, che è un atteggiamento non meno cinico di quello di D’Alema.
L’intervista rilasciata da Veltroni qualche giorno fa al Corriere della Sera è a questo riguardo particolarmente istruttiva. Innanzitutto perché dimostra che la forza residua della sinistra italiana non consiste in una supposta egemonia culturale, bensì in una pronunciata megalomania dei suoi principali esponenti. In secondo luogo, perché rivela l’assenza di una concezione grave della storia, ridotta a una sequenza di fumetti per bambini. Cito due passaggi illuminanti che spiegano la megalomania del personaggio e la sua totale mancanza di spirito critico: «Il mio libro su Bob Kennedy si intitola Il sogno spezzato, quello su Berlinguer La sfida interrotta. Mi rendo ora conto - scrive Veltroni - che erano titoli autobiograficamente profetici».
Uno che riesce a parlare di se stesso con questo tono è imbattibile nella propaganda. Ed è insuperabile nella comunicazione. Può essere autore di uno spot a favore del comunismo, uno per la sinistra riformista, un altro per l’Ulivo con la stessa leggerezza. E può anche, con la stessa disinvoltura, dire che quando girava lo spot per il comunismo già intravedeva la gloriosa meta dell’Ulivo mondiale. Ecco una vera e propria perla di questa mentalità: «Da ragazzo, quando andavano di moda i gruppi estremisti, lavoravo per i comitati unitari nelle scuole (....). Il 29 novembre del 1974 quarantamila studenti sfilarono dietro le loro bandiere. I comitati unitari erano la prefigurazione di quel che un giorno sarebbe stato il punto di approdo: il Pd». Fantastico! Già nel 1974 Veltroni prefigurò nientedimeno che il Pd!
Come si fa a competere con un esponente politico come Veltroni? È impossibile. Non lo si può contraddire, si interromperebbe un’emozione. Bisogna soltanto ammettere che è l’unico politico serio, coraggioso, lungimirante, nemico del carrierismo in politica e del conservatorismo, come si descrive nell’intervista. Tutti gli altri, a cominciare dai suoi amici di partito, sono dei traditori, impegnati a disfare quello che lui aveva costruito, a «cannoneggiare» la sua idea di «un partito aperto, moderno, capace di aderire alle pieghe della società del 2010».
La polemica nei confronti di Massimo D’Alema è dura ed esplicita, ma condotta nello stile ipocrita e mellifluo della vecchia politica, che dice e non dice, dove l’esibizione dei buoni sentimenti si mescola alle pugnalate alle spalle. Veltroni si presenta come un politico tanto coraggioso quanto incompreso. È l’unico ad avere «sempre cambiato le cose», il solo a non avere mai rinunciato «alle idee di una vita». «Mi rendo conto - ammette sconsolato Veltroni - che in Italia questo rappresenta un difetto». Qui si innesta il lamento sulle miserabili condizioni del nostro Paese. E soprattutto nasce la trepidante angoscia di Veltroni: «sono angosciato per lo stato d’animo del Paese. Un Paese cupo, ripiegato, dominato da paura e insicurezza. Un Paese di passioni tristi, senza speranze razionali». Un Paese ridotto in queste condizioni dalla prevalenza della cattiva politica e dal regime instaurato da Berlusconi, ha bisogno di grandi sogni, di grandi speranze, in poche parole ha bisogno di uomini come Veltroni!
Io coltivo invece un’altra speranza: che l’Italia ci liberi da esponenti politici come lui! Perché l’Italia ha sempre di più bisogno di uomini forti, educati alla realtà, capaci di fare i conti seriamente con il passato, ma nello stesso tempo capaci di costruire giorno dopo giorno, con determinazione e coerenza, un Paese più moderno e più libero. In una parola, l’Italia ha bisogno di uomini seri, che abbiano un’idea positiva del loro Paese e che si impegnino a cambiarlo in meglio. La politica ha bisogno di uomini che fanno, che magari sbagliano, ma che scommettono sul futuro. L’Italia non ha bisogno di sceneggiatori o di attori melodrammatici che fanno bene il loro mestiere lontani dalla politica.
*Ministro dei Beni culturali
e coordinatore nazionale Pdl