L’intervento/Ma i tesserati del Pdl non sono da buttare

Per ciò che riguarda il passato condivido molte delle osservazioni fatte da Sandro Bondi su Forza Italia anche perché in quella fase ho lavorato con lui. Ricordo che l’attacco principale che ci veniva rivolto era che, dopo la gestione di Claudio Scajola, noi avevamo una visione «debole» del partito che era «un partito di plastica» trainato solo dal leader carismatico.
Le cose non stavano così: noi per un verso agimmo in continuità con il lavoro politico organizzativo di Scajola tant’è che, appunto, nel 2006-2008 emerse che Forza Italia era un partito relativamente strutturato, con una forte, anche se discontinua, presenza a tutti i livelli, sul territorio e negli enti locali. Per parte nostra lavorammo per far lievitare la dimensione politico-culturale del partito facendo crescere non le correnti politico-partitiche ma le molteplici culture del centro moderato-riformista.
Veniamo ai giorni nostri e al Pdl. Il Pdl è stato innanzitutto una grande operazione politico-elettorale che ha vinto le elezioni con l’alleanza con la Lega e ha portato il centrodestra al governo del Paese. Assai più complesso e contraddittorio è risultato il tentativo di tradurre tutto ciò in una forma-partito omogenea, anche per l’asimmetria di partenza fra la forma-partito di Forza Italia, sintetizzata nella espressione «un partito monarchico-anarchico», e quella di An, un soggetto politico che aveva un leader ma anche 3-4 correnti fortemente strutturate.
A questa asimmetria originaria si è aggiunto poi il dissenso politico di Fini, da prima solo politico-culturale - e quella fase è stata gestita in termini serenamente dialettici all’interno del partito - poi conflittuale, in termini assai aggressivi. Si offriva all’opinione pubblica l’immagine di un partito quotidianamente lacerato e quasi scisso.
È stato allora che, dopo molteplici tentativi di mediazione, Berlusconi e tutto il gruppo dirigente del partito, senza eccezione fra la provenienza da An o da Forza Italia, hanno deciso che si dovesse andare ad una separazione, non per intolleranza rispetto ad un normale dibattito, ma per la presa d’atto dell’impossibilità di una convivenza in quelle condizioni.
So benissimo che sarebbe stato più auspicabile trovare un compromesso per la convivenza, ma per fare un’intesa bisogna essere in due. Comunque nel fuoco di una vicenda drammatica è emerso, però, che la conflittualità investiva il partito, ma, fortunatamente, non coinvolgeva e, almeno fino ad oggi, non ha coinvolto il governo. Di qui la scelta fatta da Berlusconi di andare in Parlamento e presentare i cinque punti, primi dei quali il Sud e la Giustizia, come piattaforma della ripresa dell’attività di governo.
Il problema del Pdl si ripropone oggi in una situazione politica complessa, dove esiste un percorso del governo che deve basarsi non più solo sul rapporto Pdl-Lega ma sul confronto con Futuro e libertà e con altri gruppi parlamentari (Mpa, Noi Sud, Italia Domani e altri) e dove c’è la concorrenza esplicita del partito finiano e dell’Udc. Sono convinto anche io che il Pdl deve rivolgersi a tutti i moderati e i riformisti esistenti nel Paese e quindi accentuare l’apertura politico-programmatica in questa direzione (verso l’Udc, verso l’area moderata di Futuro e libertà, perfino verso le difficoltà emergenti nel Pd da parte dei cattolici popolari).
Detto questo è indubbio che bisogna lavorare per la ridefinizione della forma-partito del Pdl. Un dibattito che va aperto e sviluppato in modo sereno e non all’insegna di uno scontro sugli organigrammi che rischierebbe di destabilizzare una situazione già di per sé difficile. Allora su questo terreno vedo la combinazione fra il partito degli eletti (che devono costituire un’intelaiatura fondamentale per l’elezione e la gestione dei vari livelli dei coordinamenti del partito) e il partito degli iscritti: i tesserati non possono essere eliminati con un tratto di penna perché comunque costituiscono un fondamentale retroterra di energie e anche perché attraverso il loro apporto si finanzia il partito. Un partito solo degli eletti rischierebbe di accentuare una dimensione elitaria.
A tutti i livelli (da internet alle assemblee) devono esistere delle sedi di dibattito e di confronto politico: la partecipazione al dibattito politico è una delle ragioni che spingono le persone normali a iscriversi ad un partito di cui condividono il progetto. Poi esiste l’altra operazione ed è quella riguardante la capillarizzazione della presenza del partito a partire dalle sezioni elettorali. Questa operazione va fatta evitando «illusori effetti speciali», come avvenne nel 2006, ma lavorando assai seriamente sul territorio, anche in relazione con le strutture locali del partito. Tutto questo lavoro va fatto non dimenticando che da un lato c’è una leadership carismatica di Berlusconi, dall’altro lato esistono uomini e donne reali, che vengono da Forza Italia, da An, da altre formazioni politiche.
Tutto ciò va gradualmente omogeneizzato attraverso la mediazione e il dialogo e non usando l’accetta e i proclami mediatici. So benissimo che questo approccio può essere definito «retrò», ma quando c’è stato l’uso estremista dei soli strumenti mediatici non mi sembra che i risultati siano stati brillanti. Non bisogna mai dimenticare che di Berlusconi ce n’è uno solo: gli imitatori e i velleitari eredi sono semplicemente grotteschi.
*Presidente del gruppo Pdl
alla Camera dei Deputati