L’INTERVISTA 4 ALFONSO VESENTINI ARGENTO

di Stefano Lorenzetto

Per la matricola Alfonso Vesentini Argento il primo impatto con lo Iuav, l’Istituto universitario di architettura di Venezia, fu nell’aula magna ancora ammorbata dai fumi del Sessantotto, dove uno scapigliato rivoluzionario arringava così i suoi compagni di studi: «Non pensiamo di fare gli architetti con la spider e il foularino al collo per accontentare solo i ricchi e i ladri di questa società! Noi dobbiamo costruire le case degli operai e occuparci solo del sociale. Abbiamo una missione, c’è molto da fare e tanto da demolire».
A quel punto chiese e ottenne la parola il professor Carlo Scarpa. Era l’unico docente che poteva permettersi di partecipare a un’assemblea nell’università occupata dagli studenti. Impugnò con grazia il microfono, avendo cura di ostentare l’anello che portava al dito mignolo, donatogli da Frank Lloyd Wright, il leggendario progettista della Casa sulla cascata, e scandì: «Invece la mia più grande aspirazione è progettare una piramide per un faraone». Seguì un silenzio assordante.
«Né il Corviale di Roma né lo Zen di Palermo hanno scritto grandi pagine di architettura e tutti noi studenti siamo diventati gli architetti dei ricchi, con la spider», trae le conclusioni Alfonso Vesentini Argento, che nel 1978 aveva chiesto a Scarpa di poter dare la tesi di laurea con lui. Purtroppo il maestro morì per un banale incidente mentre si trovava a Sendai - «i giapponesi rimandarono in Italia la salma seduta dentro un baule, cosicché fu sepolta in piedi nella tomba Brion che egli aveva disegnato ad Altivole» - e Vesentini Argento si laureò con l’architetto Arrigo Rudi, uno dei collaboratori più apprezzati da Scarpa, tanto che fu Rudi a portare a termine alcune delle opere lasciate incompiute dal grande veneziano, come il museo di Castelvecchio e la sede della Banca popolare a Verona.
Di quella prima lezione allo Iuav il trevigiano Vesentini Argento, fino all’anno scorso docente all’Università di Trieste e vincitore nel 2006 del premio Luigi Piccinato per l’urbanistica e la pianificazione territoriale, s’è ricordato al momento di trovare il titolo per il suo libro L’architetto e il faraone (Orme Editori, 128 pagine, 15 euro), «un viaggio attraverso l’Italia tra luoghi comuni e modernità» che non a caso si compie nel 150° dell’Unità. Già, ma quale Italia? L’autore è il professionista immaginario che viene invitato a Napoli per partecipare come relatore a un convegno dal titolo L’architetto oggi: protagonista o solo comparsa? Durante il tragitto in auto da Trieste fino alla Campania osserva il panorama e annota alcune riflessioni sullo stato dell’architettura contemporanea e sugli obiettivi della sua professione, accusata di rovinare il paesaggio. Il tentativo è quello di smantellare i luoghi comuni che circondano la categoria. Senza risparmiare nessuno, neppure gli architetti. Ai quali Vesentini Argento consegna come viatico la raccomandazione dell’austriaco Adolf Loos (1870-1933), uno dei pionieri dell’architettura moderna: «Non costruire in modo pittoresco. Lascia quest’effetto ai muri, ai monti, al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è».
Come sta l’architettura oggi?
«Il primo dei tanti equivoci è proprio questo: l’architettura non è un paziente, semmai è un termometro che misura lo stato di salute di una società».
Allora mi dica come sta la società.
«È una società che non ama la contemporaneità, una società che non è moderna: basti pensare ai riti rievocati nei borghi e alle parate in costume offerti dalla televisione perché fanno audience. È una società che si rifugia nel passato. Infatti sembra che non abbia futuro».
Che c’è di male nel coltivare la nostalgia del passato?
«Certo non è né un peccato né un reato. Ma io preferisco guardare ai giovani».
In che modo l’architettura esprimerebbe questa mancanza di futuro?
«Semplice: essendo latitante. Si fa edilizia e non architettura, anche ai livelli più elevati».
Che differenza c’è tra edilizia e architettura?
«L’edilizia ripropone codici più o meno accettati e sicuramente commerciali. L’architettura cerca di riflettere sui comportamenti dei cittadini proponendo nuove soluzioni. Nel mio saggio sotto forma di romanzo evidenzio i comportamenti malati di questa società che stenta a comprendere l’architettura».
Di chi è la colpa?
«Degli uomini d’oggi. Negli anni Sessanta la società era moderna. Le novità venivano entusiasticamente accettate. Era un’Italia in pieno boom, anche se culturalmente un po’ arretrata. Le faccio un esempio: l’acquisto della prima auto, di solito una Fiat 600. La nonna sferruzzava per fare i cuscini, la moglie appendeva sul cruscotto il magnete con la foto dei figli e l’esortazione “Va’ piano, pensa a noi!”, il marito completava l’opera col coprivolante Indianapolis in nappa. Insomma, bisognava personalizzare un prodotto di serie. Ora questo fa ridere e i canoni estetici sono cambiati. Ma nelle case siamo rimasti come allora».
La casa rappresenta un po’ noi stessi.
«È proprio questo che a volte imbarazza. Come esporre la biancheria intima: dimmi che casa hai e ti dirò chi sei».
In Italia che case si fanno?
«Si fanno quelle dell’altoatesino, del toscano, del romano, del napoletano, del siciliano».
Che cos’è cambiato rispetto al passato?
«S’è perso il concetto di sobrietà. Quello che si vede in giro è un diffuso fai da te».
Gli architetti ne escono male.
«Certamente. Basta leggere le riviste specializzate: gli architetti non si capiscono neanche fra loro. Del resto la Torre di Babele, nella sua parafrasi, era proprio un cantiere edile».
Che giudizio dà della borghesia italiana?
«Vive circondata da un 70 per cento di oggetti che non le servono, in case stipate come magazzini, piene di cose messe lì, come si dice, per bellezza».
E il gusto italiano com’è?
«Non male. Ma è poco colto. Ciò non ha molta importanza per l’architettura in sé, però denota un disagio della società».
In che senso?
«Il buon gusto oggi ha ceduto il passo al revival del passato: falsi lampioni, finti borghi antichi, centri storici inventati. Le città assomigliano sempre più alle case dei mafiosi, ha presente? Balaustre, archi, scalinate. Tanto apparire, poco essere».
Si può fare qualcosa?
«Incominciare a riflettere proprio sui luoghi comuni. Guardi, non è un caso che molte autorità dello Stato e molti politici si facciano intervistare con arredamenti d’epoca alle spalle. Il giorno che vedremo un ministro seduto a una scrivania contemporanea vorrà dire che qualcosa sta cambiando. Che i politici sono diventati contemporanei, per esempio».
Che suggerimento darebbe a chi si sta costruendo la casa?
«E me lo chiede? Di leggere L’architetto e il faraone».
Ma chi è il faraone oggidì?
«Il committente illuminato».
E l’architetto?
«Uno che scrive un libro perché non c’è più niente da fare».
Che cosa consiglierebbe a un giovane?
«Di non ascoltare i vecchi».
E a un vecchio?
«Di guardare che cosa fanno i giovani».
La massima aspirazione di un architetto quale dovrebbe essere?
«Non solo erigere una piramide a un faraone, ma sperare che l’architettura non rappresenti unicamente l’espressione di un potere: le banche, le chiese, i grattacieli, gli ospedali… Una casa della salute non può essere più importante della salute».