L’INTERVISTA 4 ARRIGO SACCHI

nostro inviato a Milano Marittima

E adesso tocca a lui, proprio a lui. Tocca al rivoluzionario di Fusignano Arrigo Sacchi tornato a cavallo del calcio italiano mentre ne celebriamo il de profundis, dopo quel mondiale avvilente e la scoperta di una crisi irreversibile, rimettere in funzione il settore vitale del club Italia, le nazionali giovanili, dall'under 17 a quella più nota e più scaduta nel rendimento, l'under 21 che molti titoli continentali conquistò da Cesarone Maldini in avanti. Adesso tocca a lui, all'Arrigo sempre carico, sempre pronto a parlare male del calcio femmina e bene, anzi benissimo, di quello suo passato sotto la definizione di "sacchismo", addirittura un insulto per certi italianisti della prima ora. Ricevuto l'incarico dal presidente Abete, ha già steso la prima parte del suo piano: da settembre a dicembre (scadenza di tutti i contratti) i tecnici federali restano sotto esame, in attesa di eventuali sostituzioni per chi dovesse battere la fiacca oppure ignorare la nuova dottrina; a fine agosto è già fissato un primo mega-raduno con dirigenti e allenatori per affidare a ciascuno la missione e fissare i nuovi criteri di selezione («voglio giocatori che conoscano il gioco, non semplici calciatori»); sempre a settembre è previsto l'incontro con i responsabili dei settori giovanili di serie A e B per stabilire nuove forme di collaborazione attiva. È tornato il rivoluzionario di Fusignano e non è cambiato in niente se non in un piccolo acciacco al piede, scortato dalle idee che sono le stesse trascinate dentro il recinto di Milanello quando Silvio Berlusconi, nell'estate dell'87, lo nominò erede di Liedholm e gli chiese «non solo di vincere ma anche di convincere».
Come farà Arrigo a cavarsela in questa missione impossibile?
«Lo so, le nazionali possono incidere poco, ricevono in dote dai club i calciatori per qualche giorno, perciò abbiamo bisogno della collaborazione del movimento».
Se ne intende lei di settore giovanile?
«Quando cominciai, nel Cesena, il presidente dell'epoca, Manuzzi, ogni fine settimana mi chiedeva: cosa abbiamo fatto? Gli risposi: "Deve chiedermi come abbiamo giocato, così andremo d'accordo". Alla fine vinsi uno scudetto e molti di quei giovanotti finirono a giocare in serie A, da Sebastiano Rossi fino a Zoratto. Ecco allora il primo obiettivo: dobbiamo giocare bene».
A proposito: come giudica il panorama attuale dei settori giovanili?
«È uno scenario confortante. Molte società hanno smesso di rincorrere calciatori già fatti a prezzi folli e hanno dedicato energie e investimenti al settore. Per esempio mi riferiscono che quelli dell'Inter sono tra i più attivi e tra i più presenti in giro per il mondo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma anche Juve e Milan hanno preso a curare il settore giovanile: da qui il mio ottimismo».
Far giocare bene le nazionali: le sembra facile?
«Me ne rendo conto ma dobbiamo provare a realizzare un calcio più attuale, come riescono a fare in Spagna e Olanda, in Brasile e Inghilterra. Noi siamo rimasti indietro, siamo fermi al calcio che specula, fatto di episodi. Ricordatevi le due partite recenti dell'Italia a Londra e dell'under 21 e ditemi se avete memoria di una trama azzurra con più di 5 passaggi».
Dicono in tanti: colpa dei talenti che non crescono più dalle nostre parti…
«Non condivido. Mi chiedo: ai tempi di Rivera, la nazionale italiana contro il Brasile come si comportava? Vedeva poco il pallone. Il motivo? L'insicurezza che è il prodotto delle tensioni enormi, allenatori sempre sul filo dell'esonero, e della schiavitù del risultato. Perciò si pensa più a distruggere che a costruire».
Basterà cambiare la mentalità dei tecnici federali per riscuotere una inversione di tendenza?
«No, poi serviranno insegnanti. Io non sapevo niente della zona quando arrivai a Firenze, chiamato da Allodi a curare il settore giovanile della Fiorentina. Bene: mi rivolsi a Passarella, lui la conosceva a memoria. Veniva un paio di volte a settimana con noi per mostrare ai ragazzi quali erano i movimenti, i segreti».
Ne cambierà tanti di allenatori federali?
«Ho quattro mesi per valutare e prendere decisioni. Metteremo dei paletti, sul livello tecnico delle convocazioni, ma dovremo essere noi federali la prima squadra. Servono maestri, quelle panchine non possono diventare il rifugio dei peccatori».
Altra analisi molto gettonata: non abbiamo talenti, perciò è andato malissimo il mondiale. Condivide?
«Non mancano i giocatori e nemmeno il talento. I due fattori che determinano la riuscita di una nazionale sono le motivazioni e il gioco. Pensate davvero che i nostri 23 di Johannesburg fossero inferiori ai colleghi di Slovacchia e Nuova Zelanda?».
Tra Prandelli e Casiraghi che si disputano Balotelli, lei con chi si schiera?
«Decideranno i due tecnici, analizzando le rispettive necessità. Io ricordo che l'under 21 e tutte le altre nazionali giovanili devono lavorare per la nazionale maggiore».
Per concludere, caro Arrigo, come fa a essere ottimista?
«Perché nel frattempo ci sono provvedimenti che ci aiutano: per esempio il fair-play finanziario realizzato da Platini. Questo significa che non si potrà più far ricorso al mecenate ma bisognerà diventare, bilancio alla mano, auto-sufficienti. Sono ottimista perché non dimentico la nostra grande storia e il carattere degli italiani: nei giorni più difficili e complicati riusciamo a tirar fuori il meglio di noi stessi».