L’INTERVISTA 4 CESARE DE CARLO

E ra nell’aria. Alcuni intellettuali - soprattutto di sinistra - già un anno fa cominciavano a sussurrarsi: «Obama è un presidente tragico. Sta facendo quel che può per salvare il capitalismo. Se riuscirà, sarà triste, se fallirà, sarà ancora più triste». Oggi, con le elezioni di medio termine tra meno di un mese, il 2 novembre, Barack Hussein Obama ha fatto un ulteriore passo in avanti, o meglio indietro, diventando agli occhi di molti, per dirla con Carmelo Bene, «il tragico che non si regge in piedi». Pronto a ricevere la spallata finale - o quasi - dai repubblicani e soprattutto dal movimento del Tea Party. Questa è la tesi che Cesare De Carlo argomenta nel suo Un tè freddo per Obama. Due anni tra opposizione e disillusione (Egea/Università Bocconi editore, pagg. 242, euro16), saggio politicamente scorretto ma liberatorio. L’autore (doppia residenza italiana e americana, a Washington, editorialista de Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione) lo presenterà all’Ispi di Milano oggi alle 18.
De Carlo, più che un tè freddo, nel suo libro lei offre a Obama un tè ghiacciatissimo. Cosa sta accadendo al «Kennedy nero»?
«L’America sta rigettando un trapianto ideologico estraneo alla sua natura. Obama è stato eletto per reazione a George W. Bush, così come Carter, negli anni ’70, fu eletto per reazione a Nixon. La differenza è che Carter era uno sprovveduto, mentre Obama si è rivelato un presidente ideologicamente motivato, che ha cercato di realizzare riforme che il Congresso gli ha in parte tagliato, in parte modificato, in parte rifiutato. Il bilancio è negativo».
Lo dicono anche quelli del Tea Party...
«Il tè che Obama è costretto a trangugiare, infatti, è il loro. Questo movimento prende il nome dalla protesta dei coloni a Boston, nel 1773, contro l’esosità fiscale di re Giorgio III di Inghilterra. È un movimento popolare, non populista: senza strutture, senza leader, senza fondi. È sganciato dal partito repubblicano, che alla fine verrà tuttavia trascinato dal Tea Party verso una vittoria che ha fatto ben poco per meritare».
Non somiglia un po’ troppo al movimento di Beppe Grillo?
«Facendo una battuta, lei ha quasi colto nel segno. Il movimento dei grillini è sul versante di sinistra quello che il Tea Party è sul versante di destra. Con la differenza che quello di Grillo è un movimento demagogico e lui ne è il tribuno. Togliete Grillo e i grillini svaniscono. Il Tea Party, invece, non ha leader: ci sono migliaia di tea parties in America, tutti nati dall’impressione dell’elettorato che Obama sia un socialista».
E negli Usa il socialismo è bestemmia...
«Infatti. L’America è patria delle libertà individuali. E guai al governo che vuole mettere le mani nelle tasche dei cittadini. In 18 mesi Obama ha raddoppiato il debito pubblico, che rispetto al Pil è tra l’80 e il 90 per cento ed è pure in mani cinesi. Oltretutto, Obama sta spendendo un trilione di dollari, cioè l’incredibile cifra di mille miliardi, in un programma di investimenti pubblici che avrebbe dovuto garantire 3,5 milioni di posti di lavoro ma che fino adesso ne ha creati solo 400mila».
Flessione o crollo? Obama imparerà dalla svolta che Clinton mise in atto dopo aver perso le midterm del 1994?
«La vedo difficile. È troppo imbottito di ideologia. Il vero dramma è che il sistema politico statunitense è refrattario a qualsiasi iniezione di socialismo e Obama, invece, glielo vuol somministrare a forza. La nazione americana è sempre stata multietnica, ma è monoculturale. Le ondate migratorie si sono man mano integrate all’unica vera cultura americana, fatta di quattro elementi: la tolleranza religiosa, l'orgoglio del successo, il gusto del denaro, la competizione forgiata sull'individualismo».