L’INTERVISTA 4 DANIEL GOLDHAGEN

Daniel Jonah Goldhagen (Boston, 1959) è uno dei più noti storici americani. Già professore associato di scienze politiche e studi sociali alla Harvard University, lavora ora al Minda de Gunzburg Center for European Studies della stessa università. Ha ottenuto fama internazionale per due libri particolarmente polemici sulla Shoah: I volonterosi carnefici di Hitler (Mondadori 1997), che è diventato un bestseller in tutto il mondo, e Una questione morale (Mondadori 2003) che ha suscitato un forte dibattito con gli ambienti cattolici. Quest’anno è in Italia al festival éStoria dove parlerà di politica e genocidi, quel mix che lui definisce «Peggio della guerra».
Professor Goldhagen il suo libro più famoso in Europa è I volenterosi seguaci di Hitler. Come mai lei si è dedicato a studiare il complesso rapporto tra i comuni cittadini del Reich e la «soluzione finale»?
«All’inizio volevo studiare le vite di chi aveva perpetrato direttamente l’Olocausto, perché per quanto possa sembrare incredibile, la maggior parte dei ricercatori di storia ha ignorato questo tipo di ricerca. Ma compiendo questo tipo di studio ho riscontrato che, al di là dei più comuni miti relativi all’Olocausto, il numero dei tedeschi che parteciparono al genocidio era molto alto nell’ordine di diverse centinaia di migliaia. E la maggior parte non erano SS ma cittadini comuni. Molti dei quali non solo uccisero ma furono terribilmente sadici...».
Cos’è secondo lei che spinge persone normali ad accettare l’idea di uno sterminio?
«Il dato comune a tutti i genocidi è l’esistenza di credenze diffuse in un popolo che lo spingano a credere che determinati altri individui siano un fondamentale ostacolo al benessere o, più frequentemente, addirittura che siano una minaccia nascosta e subdola. Questi pregiudizi sono tipici, in fondo molto comuni in una società. Il problema è quando vengono fomentati dalla politica. Quando qualcuno inizia a suggerire l’idea dell’eliminazione, dell’espulsione, dell’imprigionamento... Quando ciò accade i politici si accorgono che utilizzando questi argomenti otttengono facilmente una mobilitazione di massa, insomma trovano un numero enorme di volenterosi».
Hannah Arendt ha parlato di «banalità del male». È questa la base della violenza di massa di dittature come quella nazista o quella comunista?
«No, questa è una nozione che la Arendt si è inventata basandosi sul falso presupposto che Adolf Eichmann fosse semplicemente un burocrate esecutore di ordini. Non lo era, Eichmann credeva che sterminare gli ebrei fosse un atto eroico. Perpetrare un genocidio non è mai qualcosa fatto da persone che non abbiano esattamente idea di quello che stanno facendo. Per fare un genocidio bisogna essere dei veri credenti».
Nel suo libro Worse than War lei ha studiato il ruolo dei genocidi nel nostro recente passato. Perché nel Novecento il genocidio è diventato uno strumento politico?
«Negli ultimi cento anni molta più gente è stata uccisa nei genocidi che durante le operazioni militari convenzionali. Parliamo probabilmente di più di cento milioni di persone. Ma sono dati su cui non riflettiamo quasi mai, sono virtualmente sconosciuti, non ci pensiamo mai. Sono fatti politici, non eruzioni vulcaniche, e se volessimo potremmo prevenirle».
Secondo lei esistono rischi di genocidio? Vede crescere nuovi movimenti antisemiti?
«C’è stata un’enorme crescita dell’antisemitismo negli ultimi vent’anni, in Europa e in giro per il mondo. Ma di certo il fenomeno più rilevante è rappresentato dall’antisemitismo simil-nazista che si è sviluppato nei paesi arabi e nelle nazioni islamiche, un antisemitismo che ora viene reimportato in Europa...».
Pensa che l’odio per Israele crei in medioriente una frattura politica insanabile?
«In quei paesi gli Israeliani e gli ebrei vengono dipinti con le stesse immagini demonologiche che possono essere trovate nel repertorio della Germania nazista. Ad esempio Hamas attribuisce agli israeliani la responsabilità praticamente di tutti i conflitti del globo».
Le migrazioni di massa in Europa potrebbero portarci a nuovi conflitti etnici e rinforzare i sentimenti anti semiti?
«Sicuramente la crescita della popolazione islamica in Europa ha riportato nel continente un nuovo e intenso antisemitismo, anche se questo sentimento ha le sue robuste radici europee... E entrambi questi fatti sono un infamia per i governi europei contemporanei che non hanno detto la verità sul ritorno di questo pregiudizio mortale sui loro territori, suonano l’allarme, e proteggendo a sufficienza i loro cittadini.