L’INTERVISTA 4 ELENA ATTALA-PERAZZINI

«Un mito? Certo, lei resta un mito». La scrittrice ci mette un attimo a rispondere, guarda lontano e probabilmente in quel secondo le passano davanti i cinque mesi che le hanno cambiato la vita. «Un mito molto più umano di quanto tutti pensano» aggiunge, e detto da una che ha fatto l’assistente personale di Oriana Fallaci diventa una notizia: «Mi sembra quasi impossibile che la gente non abbia capito quanto fosse fragile». Praticamente uno scoop.
Elena Attala-Perazzini oggi è una scrittrice e tutto ciò che la gente non sa è nel suo libro, La segretaria dello «scrittore» (Barbera, pagg. 114, euro 12,90), nel quale - ovviamente - la segretaria è lei. O quantomeno è quello che pensava Oriana, nonostante tutto. Nonostante quei cinque mesi che Elena ha messo nero su bianco. Aveva quasi 30 anni, sembra un altro mondo.
Com’è cominciata?
«Anno 1998, ero appena tornata a New York e facevo la producer freelance di una giornalista freelance: il trionfo del precariato. Poi una sera a cena...».
L’incontro fatale.
«L’incontro con una office manager che lì per lì mi dice: “Vuoi venire domani a un colloquio? C’è una scrittrice italiana famosa che cerca un’assistente”. Avevo capito...».
Si apre la porta...
«Eravamo in sei, entro per ultima. Oriana mi guarda e mi fa: “Hai studiato lingue, hai fatto danza, sei laureata in giurisprudenza. Sei un bel uccel di bosco tu”».
Sensazioni?
«Ero terrorizzata. Anche perché poi le ho detto che ero lì perché mi piaceva scrivere. Non l’avessi mai fatto...».
Aveva conosciuto la vera Fallaci, insomma...
«Già: mi apostrofò dicendo che con lei sarei solo stata nel suo ufficio alla Rizzoli per rispondere ai messaggi e ricevere la posta, anche perché lei non si muoveva mai di casa. E quando seppe che ero fidanzata...».
Bum.
«“Con me questo è un handicap”, disse. E io uscii di lì pensando che era andato tutto storto».
E invece?
«Il giorno dopo la sua manager mi chiamò e cominciò l’avventura».
Da segretaria.
«In realtà ero personal assistant, pensavo... E comunque il secondo incontro con la Fallaci fu ancora peggiore: mi ordinò di non dire a nessuno che lavoravo per lei, anche se poi andavo nel suo ufficio dove c’era la targhetta col suo nome. Questione di sicurezza, diceva».
Proprio a nessuno?
«Nessuno. Né parenti, né amici, né fidanzato. Che ovviamente sapeva tutto e mi sgridava: “Stai diventando vittima del fascino del mito”. In poco tempo si trasformò quasi nell’antagonista di Oriana: sono stati mesi difficili».
Era spietata come si dice?
«Terribile, e spesso. Mi sgridava sempre per delle inezie. Ricordo una volta che dovetti aspettare una giornata dell’olio in arrivo dalla Toscana per lei: lavorai tutto un sabato per metterlo in ordine nel suo garage, alla fine lei arrivò e fece cambiare tutto».
Però c’era un’altra Oriana, almeno è quello che lei scrive nel suo libro.
«Avevo intuito che il suo modo di fare era solo una facciata».
Infatti...
«Infatti un giorno, un mese dopo la mia assunzione, arrivai alla porta del suo studio con la posta in mano. Mi guardò e ordinò: “Entra!”».
Nel suo mondo.
«Sì, nel suo mondo. Oriana viveva in una casa ordinata ma un po’ trasandata. Ma al secondo piano aveva questo studio, inaccessibile, pieno di oggetti, libri, scrivanie. Il suo mondo: era l’unico posto vissuto della casa».
Che effetto le fece?
«Incredibile. Per la prima volta aveva voglia di parlare. O meglio: era difficile interromperla, di solito erano monologhi. Però con il tempo riuscii ad entrare nei suoi discorsi».
Di cosa parlavate? Di politica?
«No, di politica mai. L’11 settembre era ancora lontano, solo una volta mi ammonì: “La vostra generazione non bada alla politica e per questo vi stanno manipolando subdolamente. Come facevano una volta con me, ma con la forza”».
Quindi Oriana parlava di cose personali?
«Già: voi pensate che sia incredibile, e invece avevo capito che lei cercava qualcuno con cui sfogarsi, anche se doveva sempre sottolineare quanto fosse, ed era stata, grande. Mi faceva quasi tenerezza».
Ci racconti, allora.
«Parlava d’amore, sosteneva che era una malattia che era meglio non avere ma di cui non ci si riesce a liberare. “Comunque io sono antipatica e con i bambini non potrei andare d’accordo”».
E riguardo a Panagulis...
«Mi disse che non era stato il suo grande amore. “Anche se tutti lo credono...”».
Una donna sola.
«“La solitudine è una conquista”, ripeteva spesso. Non aveva praticamente amici, era il periodo in cui era guarita dal tumore. E quando fumava mi guardava con sfida: “il fumo disinfetta”».
Che domande le faceva?
«Domande? “Le domande le faccio io”. Però qualcosa sono riuscita a carpirle».
Ad esempio?
«Mi confessò che ciò che scriveva in prima persona non le era necessariamente capitato davvero. E poi rivelò che la scrittura era l’unica cosa su cui aveva cambiato idea: quando era giovane pensava che fosse solo un modo non manipolabile di esprimere un’opinione, a quei tempi invece aveva realizzato che le serviva per sentirsi immortale. “Non è questo a cui aspiriamo tutti?”».
Quante volte è stata nel suo studio?
«Direi sei o sette».
Altri ricordi?
«La sua voce, il suo tono mascolino, profondo. E poi quella volta, l’unica, che mi portò in cucina e si mise a preparare la cena: insalata e crostini con salmone, burro e cipolla. Mi stupì la sua destrezza, sembrava una casalinga provetta...».
Poi però all’improvviso tutto finì.
«Fu incredibile. Solo due giorni prima ero stata nel suo studio a chiacchierare, se così si può dire. Ero nel suo ufficio: mi chiamò al telefono, senza salutare, come sempre d’altronde...».
E la licenziò.
«Urlava: “Hai detto a una giornalista del New Yorker che sei la mia assistente e invece sei solo una segretaria. Dimostri di non saper parlare bene l’inglese”. Poi sbattè giù la cornetta. Cinque minuti dopo arrivò la manager: “La signora ti ha licenziato”».
Un trauma, dopo cinque mesi...
«Le altre non sono mai durate più di tre settimane».
Si è chiesta perché?
«Certo, era chiaramente una scusa. Probabilmente pensava di essersi aperta troppo con me, che doveva troncare. Fu devastante, anche perché subito dopo mi lasciò anche il fidanzato».
L’ha mai più rivista?
«Mai».
E quando ha sentito il clamore suscitato dai suoi ultimi articoli cos’ha pensato?
«In fondo ero contenta per lei. Ai tempi mi aveva detto che non era più arrabbiata perché era stanca. Stava scrivendo il Un cappello pieno di ciliegie, la storia monumentale della sua famiglia, diceva che sarebbe stata l’ultima cosa della sua vita. Quegli articoli erano il segno che l’11 settembre l’aveva resuscitata».
E cosa pensò quando seppe che era morta?
«Mi colpì di più il fatto che sulla tomba avesse voluto che ci fosse scritto “scrittrice”. Era il suo mondo in una parola».
Qualcosa che le è rimasto di lei?
«Un biglietto. Lo trovai con le mie cose quando andai a riprenderle dopo il licenziamento: “Ti auguro buona fortuna, sono certa di averti fatto un favore”».
Davvero?
«Beh, qualche giorno fa sono passata alla Rizzoli a New York e sugli scaffali dove di solito c’erano i suoi libri ho trovato il mio. Nello stesso punto. Eppoi...».
Dica.
«Ha presente il mio fidanzato?»
Quello che l’ha lasciata?
«Lui. Adesso è mio marito».