L’INTERVISTA 4 GAY TALESE

È proprio vero: gli abiti italiani cadono benissimo addosso a Gay Talese. Il settantanovenne autore di Onora il padre, long seller sulla mafia americana appena ripubblicato nella Bur a quarant’anni dalla prima edizione (pagg. 608, euro 13,90), è in questi giorni a Roma per il Festival Letterature e si mostra palesemente compiaciuto nel suo tre pezzi grigio (con camicia rosa dal colletto bianco e gemelli in corallo e oro) quando una dozzina di fotografi gli chiede di posare sotto gli aranci nel cortile della Casa delle Letterature. Pure sua moglie Nan - una delle più note editor di Doubleday, presso cui ha fatto pubblicare Oriana Fallaci, Susanna Tamaro, Margaret Mazzantini - non trattiene sorrisi di orgoglio, prima di appartarsi con il suo Kindle. Poi i due vanno dritti al ristorante siciliano, dove chiedono pane e olio. E birra. Tutto questo ieri. Stasera alle 21, invece, alla Basilica di Massenzio (o in caso di pioggia al Teatro Argentina) Gay Talese leggerà un suo testo inedito, per poi ascoltare l’adattamento dei alcuni suoi brani curato da Francesco Carofiglio.
Mr. Talese, indossa un abito italiano?
(Si sfila lentamente la giacca e mostra l’etichetta: A. Cristiani, 2, Rue de la Paix, Paris) «Ne ho un centinaio, tutti fatti da componenti della mia famiglia. Durano una vita. Mio padre andò alla Calabria a Parigi per diventare apprendista di Cristiani. Per queste giornate romane ne ho portati con me quattro».
A proposito di Roma, gira voce che stia scrivendo un romanzo dedicato alla città.
«Voce fondata. Mi sono sposato qui nel 1959 e il libro è sul mio matrimonio. Ho già scritto tre capitoli e me lo immagino di 500 pagine. Non so come finirà. O meglio: dovrebbe arrestarsi nel 2009, a cinquant’anni esatti dalle nozze. Tuttavia nella mia mente i romanzi non finiscono mai: Onora il padre è continuato per decenni dopo la sua pubblicazione, perché continuavo a frequentare il clan Bonanno. Sono stato al funerale di Joe un decennio fa, a quello di Bill un anno fa».
Mentre li frequentava con assiduità per scrivere su di loro, dal 1965 al 1971, non si sentiva minacciato?
«Non ci ho mai pensato. Se ci pensi ammattisci e smetti di informarti. Mi sono sentito davvero in pericolo fisico solo quando io e mia moglie, meno che trentenni, una volta sbandammo con l’auto sulle colline della Carolina del Nord. O quando a 50 anni l’aereo su cui viaggiavo dovette fare un atterraggio di emergenza».
Qui in Italia Roberto Saviano è sotto scorta per avere scritto un libro sulla mafia.
«Perché ha scritto cose che aveva promesso a qualche mafioso di non rivelare o perché ha fatto nomi attribuendoli alla camorra? Bisogna vedere. Io ho scritto Onora al padre grazie alla collaborazione dei Bonanno. E ho scritto solo quel che ho visto. Mi presentavo con taccuino e penna e le mie intenzioni erano chiare. Infatti ci misi tre anni a conquistarmi la loro fiducia. Vivevo con loro perché volevo descrivere la mafia da dentro, non mi interessavano le indagini o le sparatorie per strada, sebbene dopo una di queste Bill Bonanno si rifugiò in casa mai con i suoi scagnozzi, pregandomi di far sapere attraverso il New York Times quello che gli era appena accaduto. Era un modo per mandare un segnale alla polizia».
Oggigiorno la polizia indagherebbe persino su un giornalista tanto contiguo ai mafiosi.
«I tutori dell'ordine a me non hanno mai né offerto protezione né dato informazioni. Da un certo punto di vista, siccome vivevo dentro la mafia e non dentro la legge, arrivai a guardarli come nemici. Ad ogni modo, quando portavo a cena i mafiosi ero sempre io che pagavo. Non volevo nulla per non compromettere la verità di quel che avrei scritto. Né facevo loro vedere i miei appunti. Un giorno Bonanno volle regalarmi una Cadillac, gli dissi di tenerla. Allo stesso modo se mi avesse chiesto di prestargli la mia carta di credito per acquistare un biglietto aereo, con la promessa che mi avrebbe restituito i soldi il giorno dopo, non l’avrei fatto».
Lei era sorvegliato?
«Spesso ne ho avuto il sentore. A un certo punto l’American Express tardò di tre mesi a rinnovarmi la carta di credito. Credo che alcuni, FBI compresa, avessero una traccia precisa dei miei pagamenti da reporter indipendente che si autofinanziava da solo».
Ma non sentì mai di dover trarre un giudizio morale su quel che vedeva fare dai Bonanno?
«No».
Oggi su cosa appunterebbe la sua attenzione?
«Scriverei di una donna apparentata con un membro di Al Qaeda, che è una società segreta come la mafia, e come i Navy Seals che hanno ucciso Osama Bin Laden. Se è per questo non capisco come Gheddafi sia diventato un criminale solo negli ultimi sei mesi. O perché al tribunale dell’Aja non ci vadano Rumsfeld, Cheeney e financo George W. Bush. Vede, ho la stessa abitudine del cardinale Rufo, un calabrese come me: guardo le cose da troppi punti di vista».
Quindi un buon giornalista è sempre al di là del bene e del male?
«Sì».