L’INTERVISTA 4 GIORGIO GUERRINI

Banche e imprese hanno raggiunto ieri, al Tesoro, l’intesa di massima sul prolungamento della moratoria sui debiti aziendali. Lo strumento, nato nel momento più buio della crisi, sembra aver funzionato. Qual è il senso della proroga, presidente Guerrini, nel momento in cui l’economia va meglio?
«Nel 2009 - risponde Giorgio Guerrini, presidente di Rete Imprese Italia e della Confartigianato - avevamo un'emergenza credito, il rapporto banche-imprese era difficile e conflittuale. La moratoria ha rappresentato il primo passo per instaurare un rapporto migliore. L’intervento è stato positivo per due motivi: ha ricollegato le aziende produttive con quelle del credito, ed ha risposto con efficacia a quasi 190 mila imprese medio piccole consentendo loro di restare sul mercato. L'alternativa, per molti, era la chiusura».
Restano ancora problemi irrisolti?
«Il nuovo accordo non poteva replicare per intero il precedente: non si può pensare a imprese che stanno sul mercato per più di due anni senza rientrare dai loro debiti, perchè diventano imprese assistite. La proroga di 6 mesi, per chi la chiede, consente tuttavia un allungamento del credito residuo, oltre che strumenti facoltativi per tutelarsi da possibili aumenti dei tassi d'interesse. Vede, la crisi ha cambiato la strategia delle banche (una per tutte Unicredit, che ha virato di 180 gradi) che sono tornate sul territorio ed al rapporto diretto con la clientela. Rispetto alle polemiche dei momenti più difficili, la situazione è migliorata grazie al rapporto più personale con il credito. Si sono concessi più spazi ai titolari di filiale, che conoscono il territorio e l’affidato».
Come sta uscendo dalla crisi il sistema delle piccole e medie imprese? L’economia sta migliorando? Le imprese si sono rafforzate?
«La parte peggiore della crisi è alle spalle. Chi non ce l’ha fatta ha già chiuso, gli altri hanno resistito e ora possono guardare le prospettive con più ottimismo. Però il Paese non cresce, ci sono ostacoli da abbattere. Ora le imprese non sono più salde di prima della crisi, ma quando si superano difficoltà come queste, si apre una prospettiva di maggiore fiducia. A distanza di tre anni il nostro sistema produttivo ce l’ha fatta, e se potessimo rimuovere gli ostacoli veri alla crescita avremmo un impulso notevolissimo. Dobbiamo superare gli handicap rispetto ai Paesi vicini. É una competizione a armi impari, sia sul fisco che sui costi dei servizi pubblici».
Questo discorso ci porta dritti verso il federalismo fiscale. Lo vede come una semplificazione per le imprese? La pressione fiscale rischia di aumentare?
«Abbiamo salutato il federalismo fiscale con grandi aspettative, in termini di responsabilizzazione e semplificazione. Non nascondo che ha fatto pendere la scelta di voto sull’attuale governo. È l'ultima occasione per ridurre una fiscalità sperequata, troppo sul lavoro e poco sulla speculazione. Bisogna interrompere il circolo vizioso “spendi e tassa“ e introdurre elementi di responsabilizzazione. La nostra preoccupazione riguarda le bozze che abbiamo visto negli ultimi giorni. Se il federalismo fiscale vuol dire aumentare le tasse alle imprese, allora non ci piace per niente. Il prelievo effettivo sulle imprese che pagano le tasse supera il 58%. Tremonti, Calderoli e Brunetta ci avevano promesso che il federalismo fiscale sarebbe stato introdotto a invarianza di prelievo. Se questo non accade, il nostro giudizio cambia. Siamo vicini al governo, ma non abbiamo firmato cambiali in bianco».