L’INTERVISTA 4 JENSON BUTTON

Benny Casadei Lucchi
Jenson Alexander Lyons Button nel novembre del 2008 era un pilota disoccupato, nel novembre 2009 era il campione del mondo. Però bad moments and good moments, momenti brutti e belli della vita, non l’hanno mai cambiato. Perché il motto del biondo inglese sembra sempre essere I love enjoying my life, godersi la vita. Per riuscirci ha una ricetta tutta sua: un po’ pilota di F1, un po’ ironman («martedì ne ho fatto mezzo qui a Monaco, quattro ore, corsa, bici e nuoto»), un po’ playboy, un po’ figlio di mamma e papà, un po’ amicone. A trentun’anni si sta prendendo molto del bello della vita e vorrebbe qualcosina in più: magari un altro titolo mondiale ai danni del compagno di squadra in McLaren, Lewis Hamilton.
Jenson, pensa davvero che il campionato sia ancora aperto ai piloti che non… bevono Red Bull?
«Sì, assolutamente. Non era chiuso quando nel 2009, all’inizio, dominai tutti i Gp e poi le Red Bull divennero pericolose, e non lo è adesso, dopo cinque gare».
Dicono sia un maestro nel trattare bene le gomme. E adesso? Con i quattro, cinque pit stop?
«Ora è molto più facile confondersi al momento in cui studi la strategia. Per esempio due gare fa, in Turchia, ho provato a pianificare le tre soste, una in meno del previsto, ma non è stato possibile. Mentre a Barcellona lo stesso approccio ha funzionato benissimo».
È vero che a Barcellona, dopo la qualifica, ha ammesso che Lewis Hamilton è un pilota più veloce?
«Mai detto».
Qualcosa di simile allora.
«Solo che lì aveva fatto un lavoro migliore. Questo sì».
La sua dote maggiore come pilota e il suo difetto?
«Tra le doti metto la capacità di gestire le gomme e la visione complessiva della gara. Perché conta arrivare al termine della corsa il più velocemente possibile, non certo fare tutti giri da qualifica».
E il difetto?
«Quando ciò non mi riesce».
Nuove regole, nuove gomme, ali mobili, tanti sorpassi e qui a Montecarlo?
«Credo improbabile che si vedranno più sorpassi che in passato».
Lei ha parlato positivamente dei cambiamenti regolamentari introdotti quest’anno. Tutte novità che hanno visto la Red Bull campione del mondo ancora più forte del 2010. Non lo trova ironico?
«I sorpassi sono aumentati, c’è più azione in gara, quindi più divertimento per noi in pista e per il pubblico. Tutto questo è innegabile. Però non ha nulla a che vedere con una considerazione: molto semplice: la Red Bull ha lavorato meglio di tutti gli altri. Punto».
Molti pensano che lei sia l’ultimo gentleman driver della F1: uno veloce, gentile, playboy, sportivo, uno che se la gode la vita. Ha un metodo? Ne è consapevole?
«Non proprio… Anzi diciamo che la mia carriera è perfetta nonostante molti errori… Certo, poi questi ti rendono più forte. Però è vero che sono molto felice di quel che ho. Anche perché accanto ho persone importanti per la mia vita: penso a mio padre che mi segue nelle gare, penso a mia madre che viene spesso, al mio preparatore ormai un grande amico. Per cui, tornando al metodo, credo che se riesci a circondarti di persone fantastiche, quando arrivano i momenti negativi sono loro che ti motivano e ti ricordano che cosa hai fin qui raggiunto».
A proposito di obiettivi da raggiungere: e correre per la Ferrari?
«Credo che per lei sarebbe eccitante se le dicessi che vorrei farlo. Ma la verità è che per me ci sono in F1 tre grandi team: uno è appunto la Rossa, l’altro la Williams, il terzo la McLaren. E io ho corso per due di questi. Quanto al futuro non so neppure che cosa farò domani».
La presenza di Alonso a Maranello sarebbe un ostacolo?
«No, visto che qui per compagno ho Hamilton. È bella la sfida fra compagni».