L’INTERVISTA 4 PAOLO AGNELLI (CONFAPI LOMBARDIA)

«La Lombardia è già ripartita: nel 2010 le nostre industrie manifatturiere hanno recuperato il 50% del fatturato perso nel 2009. E quest’anno recupereremo un altro 25%. Per il resto, ci vuole un’iniezione di competitività». É l’analisi di Paolo Agnelli, presidente di Confapindustria Lombardia, federazione regionale delle Pmi aderenti a Confapi, che rappresenta 8mila imprese per 150mila addetti.
Quali sono le vostre proposte?
«Occorre disegnare un nuovo modello di sviluppo: l’economia è cambiata, inutile negarlo. E a sfidarci sul piano della competitività non sono solo le solite Cina e India, ma anche i Paesi dell’Est europeo».
Qualche esempio?
«La Polonia, dove il costo della manodopera è 5 volte inferiore al nostro e l’energia costa il 35% in meno che in Italia. É chiaro che noi giochiamo, mi passi il paragone calcistico, con una gamba legata. Per non parlare del problema, tutto italiano, del sistema creditizio».
Che cosa gli rimproverate?
«La mancanza di un parametro intelligente: Basilea 2 non lo è. É soltanto una raccolta statistica di dati e numeri di bilanci, in base ai quali, in questo momento, nessuno riesce ad ottenere credito. Un modello che non è più attuale».
Quale dovrebbe essere invece il parametro?
«La qualità, al posto della quantità. Bisogna cioè tener conto del valore del marchio, del prodotto, dello spessore umano e professionale di imprenditori e manager. L’azienda è radicata sul territorio? Ha un futuro? Questo dovrebbero chiedere le banche».
Il gruppo Agnelli, leader nella lavorazione dell’alluminio dal 1907, è una di queste aziende.
«Siamo un prodotto di nicchia, abbiamo una storia alle spalle e un marchio forte. Così nel 2010 abbiamo realizzato il 28% di fatturato in più, che rappresenta oltre il 50% di quello perso nel biennio precedente. E in controtendenza abbiamo aumentato l’occupazione,11% in più».
Altri invece delocalizzano o licenziano, come denuncia proprio l’indagine della Confapi.
«Le piccole imprese per natura e vocazione imprenditoriale sono legate al territorio: ma quando delocalizzano le grandi aziende, si trascinano dietro l’indotto. E purtroppo questo è costato alla piccola impresa lombarda un 25% del fatturato, che sarà difficile recuperare».