L’INTERVISTA 4 STEVE MILLER

Non può che intitolarsi Bingo il nuovo cd (con ospiti-star come Joe Satriani e l’ex Santana Mike Carabello) di uno che ha venduto quasi 40 milioni di album battendo le strade del blues. Steve Miller, 66 anni e mille avventure alle spalle, non entrava in sala d’incisione da 17 anni ma non ha mai smesso di salire sul palco (e sarà un evento quando il 12 ottobre lo vedremo allo Smeraldo di Milano per un unico concerto italiano). Sono lontani gli anni ’70 in cui con The Joker e Fly Like an Eagle invadeva con il suo accattivante blues la playlist delle radio commerciali e le classifiche; aveva cambiato rotta rispetto agli esordi, in cui a Chicago «prendeva lezioni» da Howlin’ Wolf e Muddy Waters e a San Francisco sperimentava con Jefferson Airplane e Grateful Dead, ma senza barattare i pantaloni di pelle e gli stivali da cowboy (infatti viene dal Texas) per la corona da rockstar.
Un inatteso ritorno in cd.
«Tengo decine di concerti ogni anno, mi tengo in forma ma da anni volevo fare qualcosa di simile, ovvero prendere i classici del blues di B.B. King, Jimmy Reed, Howlin’ Wolf che ascoltavo da ragazzo e dar loro una nuova veste. È un diario dell’anima».
Lei è considerato uno zingaro del blues.
«Per questo il mio suono è così personale. Vengo dal Texas, terra del country, ma mio padre possedeva uno dei primi registratori professionali e a casa nostra venivano a incidere Charlie Mingus, Red Norvo, Les Paul, T. Bone Walker».
Tutte le star dell’epoca.
«Infatti ho imparato tutto da Walker e Les Paul, personaggi antitetici tra loro. Walker era esagerato in tutto, dalla Cadillac che guidava al modo di suonare il blues, raffinato ma al tempo stesso violento, fu lui a insegnarmi a suonare la chitarra dietro la schiena, come poi fece anche Hendrix. Les Paul era misurato, elegante, la quintessenza del jazz; così sono partito senza fissarmi su un solo stile».
E poi lei ci ha messo del suo.
«Me ne sono andato a Chicago per suonare il vero blues come Paul Butterfield e ho lavorato con i più grandi: Muddy Waters e Howlin’ Wolf».
Come li ricorda?
«Contrariamente a quanto pensano tutti, Wolf era il vero genio. Waters era l’evoluzione del Delta blues, il ricordo dell’Africa; Wolf partiva dalla tradizione ma era originale e diverso: se ricordo i concerti insieme mi commuovo».
Poi s’è spostato ancora.
«Ho preso un pullmino Volkswagen e mi sono precipitato a San Francisco dove nasceva la scena hippie. Lì davvero c’era una chance per tutti; un pomeriggio suonai con la band in un campus e il giorno dopo ero sul palco dell’Avalon, uno dei club all’avanguardia. Poi che concerti insieme a Grateful Dead, Jefferson Airplane, Janis Joplin. Ho suonato anche a Monterey, il primo vero festival dell’estate dell’amore».
Per arrivare al numero 1 s’è spostato verso il rock più facile.
«Mi serto ancora un hippie e non ho mai cercato il successo ma a un certo punto ho deciso di fondere tutte le mie esperienze come in un cocktail. Dopo aver conquistato le radio underground ho deciso di conquistare quelle commerciali, come hanno fatto i Fleetwood Mac. Non è facile scrivere una bella canzone che abbia grinta e qualità. Sono un vecchio bluesman, non ho mai pensato a una carriera alla Britney Spears. Siamo vecchi ma veniamo dalle battaglie sociali, non dalla tv o da internet come gli artisti di oggi».
Non si sente un po’ vecchio?
«Con la musica che c’è in giro, no di certo. E il pubblico mi conforta; ai miei show ci sono valanghe di fan. Finché il fisco tiene e la gente mi appoggia, io non mollo. E scommetto che Bingo darà filo da torcere a molti giovani».