L’INTERVISTA AMENEH BAHRAMI

BarcellonaAmeneh Bahrami ha perso due volte la vista. A Teheran, nel settembre 2004, quando uno spasimante rifiutato le ha gettato acido solforico in faccia condannandola a vita. E a Barcellona, nel 2006, quando un’infezione le ha tolto il 30% di vista che all'Istituto di microchirurgia oculare di Barcellona erano riusciti a recuperare in un occhio. Oggi non ha speranze di tornare a vedere, il suo volto è orrendamente sfigurato, ma la sua rabbia non si sente. Scorre sotterranea senza alterare la sua voce lieve, che non si increspa mai. Nemmeno quando parla della vendetta che ha ostinatamente cercato. Ha chiesto e ottenuto dal tribunale islamico che il suo aggressore Madji Movahedi, venga accecato da entrambi gli occhi, applicando rigidamente la legge del taglione. «L’ho fatto per evitare in futuro altre tragedie come la mia», spiega al Giornale. Tra qualche mese, al termine del ciclo di cure a cui si sta sottoponendo a Barcellona, volerà in Iran per l’esecuzione della sentenza, per sentire le gocce di acido, «non so se 5 o 10», cadranno negli occhi del suo carnefice.
Come è iniziata la sua storia?
«Un giorno la madre di Majid mi ha chiamato per dirmi che suo figlio voleva sposarmi. Io non li conoscevo. Poi l’ho visto in facoltà, studiava ingegneria come me, ma era più piccolo di 5 anni. Ho chiamato la madre e le ho detto che non me la sentivo, non volevo sposarlo».
E quindi...
«Majid mi ha chiamato e mi ha minacciato di morte, più volte. Poi un giorno, all'uscita dell'università, ho avuto solo il tempo di riconoscerlo e di vedere che mi lanciava qualcosa...».
E ha smesso di vedere...
«Sì, mi sono gettata a terra e ho iniziato a gridare. Mi sono tolta il foulard, ma sentivo solo fuoco, in faccia, sul corpo, ed urlavo. In ospedale mi hanno curato, ma presto mi hanno detto che loro non potevano fare più nulla e allora sono venuta a Barcellona».
Come è nato il desiderio di vendicarsi?
«Io non voglio vendetta. Ma solo che altre persone non soffrano come me».
Però lei ha chiesto al governo di poter accecare Majid...
«Io voglio una punizione forte. Ho scritto 20 lettere al tribunale per chiedere la legge del taglione. Non la danno facilmente. Prima mi hanno detto che lui doveva indennizzarmi, poi che potevo avere solo un suo occhio».
Perché?
«Perchè nel mio paese c’è una legge per la quale una donna vale la metà di un uomo. Ma con un occhio si può vivere facilmente. Allora ho insistito e mi hanno detto che avrei dovuto pagare 20 mila euro che io non avevo. Ma lui non mi ha solo accecato completamente. Io ho bruciature su tutto il corpo (fa vedere le braccia), ho perso i capelli fino a metà testa, non ho palpebre. E alla fine il tribunale lo ha capito e mi ha detto finalmente di sì».
Come ha ricevuto la notizia?
«Con sollievo, non voglio che fatti simili si possano ripetere su altre donne».
Chi eseguirà la sentenza?
«Io non posso, non vedo. Ma in base alla legge ci sono molte persone che lo possono fare per me. Mia madre, i miei amici, le mie compagne di università si sono offerti. Persone sconosciute mi mandano messaggi con il loro numero di telefono. Mi dicono “lo faccio io”. In Iran tutti sanno della mia storia. E quando hanno visto la mia faccia molti si sono indignati. I giornali mi danno ragione. Anzi, molti credono che la pena sia blanda».
Per lei è così?
«Sì, è poco: gli prenderò solo due occhi. Ma io per 6 mesi non ho potuto dormire sdraiata per le bruciature. Non potevo appoggiare le braccia. E sono cieca. Oggi mia madre mi ha detto che mio fratello non sta bene con la testa. Crede che tutti lo perseguitino».
Qui in molti considerano l’accecamento del suo aguzzino una pena barbara...
«Se faccio una cosa barbara per preservare altre vite non mi importa. Poi lo anestetizzeranno, dicono che non sentirà quasi niente».
La famiglia di Majid le ha chiesto di ucciderlo.
«Sì, ma io preferisco accecarlo. Poco prima del mio, ci sono stati due casi simili ed il governo ha usato la pena di morte. Ma evidentemente non è servito. Ed io adesso ho paura degli uomini iraniani. Molti sono malvagi come Majid. Rubano donne, le uccidono. Vedendo quello che accadrà dovranno provare paura».
Ha ricevuto critiche per la sua decisione?
«Si, soprattutto qui in Europa. Ma voi non vivete in Iran, dovreste conoscere Majid. Non mi ha mai chiesto scusa. Neanche la sua famiglia. Lo scorso settembre in tribunale mi ha visto e si è messo a ridere di me. Allora mi sono detta: tu devi soffrire. Fino a quando vivrai dovrai soffrire».
C’è qualcosa che potrà farle cambiare idea?
«No, niente, niente» (ride sommessamente).
Qualcuno ha provato a dissuaderla?
«Mia zia Pari. Mi ha detto “il taglione non è una buona cosa per la nostra famiglia”. Ma quando è venuta in tribunale con me ha cambiato idea. Mi ha detto: “bisogna massacrarlo. Deve soffrire”».
Dopo che cosa farà?
«Tornerò a Barcellona a vivere. Spero che qualcuno mi dia una mano. Il presidente Ahmadinejad da due anni non mi da più aiuti e non risponde alle mie lettere. Qui lo Stato mi passa 400 euro ma mi servono solo per l'affitto. Ho aperto una sottoscrizione con un conto corrente. Chi vuole può aiutarmi. Poi riprenderò a studiare. Ora voglio diventare avvocato.