L’INTERVISTA BOGNETTI-PENZO

Alex Penzo e Giovanni Bognetti sono due esordienti, eppure il loro primo romanzo Negare l’evidenza riesce a centrare, ingigantendoli, tutta una serie di ti idiosincrasie del mondo editoriale. Li incontriamo in un bar di Milano, città che fa da sfondo al loro ironico noir in cui per avere un manoscritto vincente si fa di tutto.
Come siete riusciti a costruire un romanzo del genere?
Penzo «È stato un esercizio creativo, anche se io il mondo editoriale l’ho conosciuto solo passando ai suoi margini... Mi sono immedesimato nella paura dell’autore che vive sempre sapendo che l’editore ha il coltello dalla parte del manico...».
Bognetti «Per quanto mi riguarda mi interessava soprattutto il concetto di frustrazione. Secondo me la frustrazione è simile anche in altri contesti, solo che nell’ambito creativo si manifesta di più. È come una febbre...».
Franco L. Uccello, lo scrittore del vostro romanzo, incarna alla perfezione la psicosi del successo.
Penzo «Quando ho scritto le parti relative a Uccello che è un drogato cronico, mi sono ispirato alla commistione fra sostanze stupefacenti e letteratura: Philip Dick, William Burroughs e Hunter Thompson».
Bognetti «La sua è una frustrazione incentrata sul sapere di non valere niente. È una frustrazione senza uscita che si alterna a momenti di illusione. Ma neanche l’illusione gli dà pace. Si sente una “mezza sega”, ma quando non si sente così ha paura di plagi inesistenti. C’è una parte di lui che non si arrende all’evidenza».
Come nel titolo del vostro noir...
Penzo «Ovviamente la nostra è una parodia del genere. Centrata sulla continua presenza di armi finte».
Bognetti «I protagonisti, lo scrittore Uccello e l’editor-giornalista Ravà sono adolescenti mai cresciuti. Due Don Chisciotte che finiscono per farsi del male a vicenda».
Un po’ pazzi...
Bognetti «No. Sono semplicemente due che arrivano a fare quello che la gente pensa, ma non dice e non fa... Il nostro libro in fondo è solo una cronaca di quello che la gente pensa».
Vista la descrizione che fate dell’ambiente editoriale, pur tenendo conto che il romanzo gioca sul grottesco, viene da chiedersi quanto abbiate pescato dall’ambiente vero...
Penzo «Io di scrittori ne conosco, anche se non faccio nomi. Quanto all’ambiente dei salotti colti o delle case editrici... è un mondo dal cui sono sempre stato ai margini».
Bognetti «Io vengo da un altro mondo, quello degli autori e degli sceneggiatori. Ma la questione della fatica della scrittura non è così diversa. Non mi piace la parola ispirazione, ma so per esperienza che a volte in due ore scrivo dieci pagine e altre volte sto fermo un giorno e mezzo».
Visto che avete parlato di impazzimento da scrittura vi tocca una domanda cattiva. Sapete che il secondo libro è per definizione più difficile del primo... Poi magari litigate anche...
Penzo «Non credo proprio. Al prossimo romanzo sto già lavorando e lo scrivo da solo... Quindi nessun problema».
Bognetti «Lavoro a una sceneggiatura...».
Non penserete mica di cavarvela così. E se qualcuno si mette a dire: «Ora che si sono separati si vede subito quale dei due è quello bravo... Quello che aveva le idee?»
Bognetti «Questo sarebbe già più imbarazzante. Ma insomma nella vita noi facciamo altre cose oltre a scrivere, e anche meno noiose, quindi...».
Penzo «Secondo me neghi l’evidenza...».
E poi chiacchierando con Penzo quando Bognetti se ne è andato si scopre che è vero, sono passati ai margini del mondo letterario, ma che sono margini affilati. Ci dice Penzo: «Io avevo un altro romanzo. Sono stato sull’orlo della pubblicazione per mesi. Poi mi hanno messo da parte... E senza una parola. Non faccio nomi ma non è bello».