L’INTERVISTA CESARE MALDINI

Caro Cesarone Maldini, ci guidi alla scoperta del calcio in Paraguay...
«Cominciamo dalla cultura calcistica del paese: è molto alta e tradisce l’influenza sud-americana. Il cemento che tiene unito quel paese così piccolo è dato dal senso di appartenenza. Lo spirito patriottico è molto presente tra i componenti della nazionale di calcio e trova la sua esaltazione in manifestazioni religiose».
Tipo?
«Quando arrivai nel 2002 per guidare la squadra al mondiale di Giappone e Corea, in compagnia di Dossena, alla prima amichevole, credo fosse in Bolivia, scoprimmo nello spogliatoio un rito che ci lasciò sulle prime stupefatti. Qualche minuto prima di entrare in campo, i calciatori si riunirono al centro dello stanzone, tirarono fuori la statua della Madonna, e cominciarono a pregare tutti insieme. Una scena fantastica. Invitarono anche noi a farlo e ci unimmo in un clima quasi mistico».
Il Paraguay è patito di calcio?
«È lo sport nazionale, i club che danno vita al maggiore campionato sono concentrati nella capitale: ogni quartiere, una squadra. Per me era comodo seguire nei 5 mesi a disposizione l’attività dei calciatori migliori».
E la politica come si comporta?
«Riservando una grande attenzione alla Nazionale. Quando arrivai per la prima volta, fui accolto dal sindaco di Asuncion e anche dal primo ministro che volle conoscermi personalmente. Nello stadio della capitale, ogni sfida della nazionale è un pienone: 70mila paganti garantiti».
Andiamo al sodo: questo Santa Cruz è una stella o un vecchio trombone?
«Non fosse stato perseguitato da una striscia incredibile di incidenti, sarebbe finito in uno dei grandi club europei: cominciò col Bayern, poi passò in Inghilterra, adesso è al City. È un peccato perché si tratta di un giocatore molto tecnico e dotato, in più è una persona squisita. Lo sentivo quando era in Germania, sono andato a trovarlo quando sono arrivati a Milano per l’amichevole con l’Inter».
Quanti sono i superstiti del suo mondiale?
«In porta c’è Villar, gioca in Spagna, lo feci debuttare io al mondiale asiatico, al centro della difesa troverete Caceres, proviene dal calcio argentino, Boca Junior, ed è un tipo tosto, poi c’è Barreto, quello dell’Atalanta con trascorsi nella Reggina».
Non è troppo poco per mettere ansia a Lippi?
«Lo dico in modo esplicito: state attenti, non è un ostacolo facile da saltare. Io poi ho un piccolo vantaggio rispetto a voi tutti, cronisti specializzati compresi».
Quale?
«Ho visto in diretta tv tutte le partite della qualificazione. È stata una cavalcata, la loro. Mentre l’Argentina stentava, e Brasile e Cile viaggiavano a velocità di crociera, il Paraguay è stato un treno».
Sul piano tattico a che punto sono?
«Non pensate al calcio sud-americano tradizionale. Non giocano all’attacco con 4-5 elementi come succede per esempio al Brasile, prediligono invece la fase difensiva. Aggiungo: attenti a Valdez, è un rompiballe. E poi segnalo Cabanas, finito in Messico, che è il classico numero dieci, seconda punta e suggeritore al momento utile».
Avrà qualche difetto questo Paraguay?
«Certo. Suggerisco di concentrarsi sui laterali di destra e sinistra: non sono granché».
Hanno deciso di partire presto, il 1º giugno sono già a Città del Capo: cosa vuol dire?
«Che si preparano con grande attenzione all’evento. Anch’io ebbi a disposizione il gruppo per tempo e riuscii a organizzare una bella tournée europea per rodare il gruppo: andai a Zurigo, passai anche da Stoccolma per affrontare la Svezia».
A Lippi, cosa consiglierà?
«Che farà bene a non fidarsi troppo del Paraguay e dei giudizi, superficiali, raccolti in giro. Perché la prima sfida è la più delicata: se sbagli partenza, finisci nei guai ed è dura poi risalire la china. Raccomanderò a Marcello una sola fortuna: di avere i suoi in grande forma al momento giusto».