L’INTERVISTA CLAUDIO SICILIOTTI

nostro inviato a Torino

È una sfida alla crisi quella che lanciano i commercialisti, riuniti da ieri fino a domani a Torino per il primo congresso nazionale del nuovo Ordine unificato.
Progetti e strategie che approfondiamo con Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.
In tempo di crisi, qual è il ruolo del commercialista verso i suoi clienti?
«Lo stesso dei tempi di crescita economica, però con l’ulteriore responsabilizzazione che discende dalla consapevolezza di dover guidare una squadra che non lotta per vincere il campionato, bensì per salvarsi. Per i nostri clienti siamo il punto di riferimento principale in ambito giuridico-economico, sia in un mercato espansivo, sia quando si tratta di valutare piani di riorganizzazione aziendale o di ristrutturazione dei debiti verso i fornitori e le banche in una fase di recessione economica».
Soprattutto nei confronti delle Pmi, che armi di difesa offrite?
«Le Pmi, per quanto possano essere organizzate al loro interno, in rari casi possono disporre di professionalità in grado di gestire gli avvenimenti straordinari. Per far fronte a queste esigenze, la struttura organizzativa interna dell’impresa ha assoluta necessità di confrontarsi con professionisti esterni, meglio se già la conoscono».
Si parla da tempo di riforma degli studi di settore, anche in funzione anticrisi. Che ne pensa?
«Gli studi di settore vanno sicuramente rivisti, perché nel tempo lo strumento è stato parzialmente snaturato, ampliandone a dismisura l’ambito di applicazione. In particolare, è inaccettabile l’equiparazione di chi tiene la contabilità ordinaria con chi adotta regimi contabili semplificati. Inoltre, è indubbio che la crisi economica renda consigliabile una revisione al ribasso dei parametri, anche nell’interesse dell’Erario. Ma non ho francamente capito perché talune associazioni di categoria propongano questa revisione come “misura fiscale anti-crisi” per i loro associati. Le misure fiscali anti-crisi sono quelle che riducono la pressione fiscale effettiva».
Nei confronti del governo, come i commercialisti possono giocare il loro ruolo di parte sociale?
«Con il loro ruolo di attenti - e indipendenti - osservatori delle dinamiche socio-economiche, ma anche rendendosi propositivi nell’ottica della semplificazione degli adempimenti che gravano su imprese e cittadini e, cosa più importante, del cambiamento complessivo di cui questa nostra società ha bisogno, ritornando ai valori chiave: merito, fiducia, etica e tolleranza, che sono poi gli architravi della nostra professione».
Un giudizio sul federalismo?
«Un processo inevitabile. Per anni il dibattito si è trascinato tra sostenitori e detrattori, oggi siamo finalmente arrivati al dibattito “federalismo come”. Il ddl Calderoli è un’ottima cornice, ma ci sono ancora molti contenuti da determinare, in particolare la definizione di costo standard. Se è quello della gestione migliore, è un indice dinamico, che condivido: ma poiché l’80% della spesa regionale è la sanità, si impongono delle scelte, come quella di chiudere gli ospedali marginali».