L’INTERVISTA DANIELA SANTANCHÈ

Il giorno più brutto per la mamma di Hina è stato ieri e non prima. Non ha versato una lacrima nel 2006, quando le avevano detto che Hina era morta: uccisa dal marito. Nessun dolore nemmeno quando hanno sepolto la figlia nel cimitero di Brescia con la testa rivolta verso la Mecca da brava musulmana. Il dolore e la disperazione questa donna l’ha riservato tutto per il marito. Così, quando ieri ha sentito la sentenza che inchiodava il padre assassino a 30 anni di carcere è esplosa. «È stata un’immagine agghiacciante. Orribile». Daniela Santanchè era lì, come tutte le altre volte per difendere la memoria di Hina, per ricordare, per dire basta con le violenze e la sottomissione delle donne verso uomini integralisti islamici.
Le lacrime versate per un marito che ha assassinato la figlia cosa significano? Ignoranza o paura?
«È un grido d’allarme fortissimo. Quelle lacrime, quello strazio, quelle scene, fino a strapparsi i capelli, sono il frutto della sottomissione».
In che senso?
«Queste donne sono così asservite ai maschi da perdere il legame più forte al mondo: quello tra madre e figlio. Io ho visto la mamma di Hina più volte, l’ho incontrata alla camera mortuaria e al funerale. Mai un cedimento. Assurdo per una madre. Una freddezza che si spiega solo con la totale mancanza di libertà».
Quindi non c’è amore per Hina?
«Per i familiari, Hina ha sbagliato. Ha disobbedito. La colpa è la sua. E la madre pensa che se la sia cercata. è stata una ragazza che ha sfidato le regole e ha pagato».
È soddisfatta della sentenza?
«No. ridurre la pena da 30 a 17 anni per i complici del padre è una vergogna».
I politici possono fare qualcosa?
«Si parla tanto di integrazione, ma fino a quando le donne non saranno libere di piangere per una figlia sarà tutto inutile. Noi del Movimento per l’Italia saremo da oggi in San Babila a Milano per una raccolta firme. Vogliamo l’istituzione del registro degli Imam e la trasparenza sui bilanci. Occorre una legislatura più severa».