L’INTERVISTA FIORENZO MAGNI

L’uomo dal grande passato guarda al futuro. Dall’alto dei suoi ottantanove anni, Fiorenzo Magni ragiona come un ragazzino. «Certe volte sono anche meglio di loro, perché sono più ottimista...», dice lui divertito con quella inconfondibile parlata toscana.
Scusi Magni, ma a lei piace quando la definiscono un «grande vecchio»?
«Sa che non mi fa impazzire? Preferisco uomo di grande esperienza che deve fare ancora qualche esperienza. Vecchi lo si diventa solo quando la testa si spegne, quando non si hanno più progetti e obiettivi da raggiungere».
Il progetto del Giro del Centenario le piace?
«Molto. Secondo me sarà un Giro bellissimo. Molti possono vincere, pochi sono sconfitti in partenza».
Non crede che la crono delle Cinque Terre possa invece condizionare, e di molto, la corsa rosa?
«È una cronometro difficile, che può fare male a chi solitamente va forte a cronometro e può non mandare a picco chi con il cronometro non è specialista».
Lei ha vinto tre Giri d’Italia, nonostante «quei due»...
«Loro mi hanno insegnato a lottare e a non dare mai nulla per scontato».
Lei in pratica ha visto un po’ tutti i grandi del ciclismo. «Esattamente, li ho visti proprio tutti. Ho conosciuto Ganna, grande industriale e signore della bicicletta, per il quale ho corso tre anni. Ho conosciuto Girardengo, Tano Belloni, Alfredo Binda e poi Fausto e Gino, che sono stati due veri extraterrestri del ciclismo. Insomma, sono una buona memoria storica».
Chi è stato il più grande?
«Tutti. Nella loro epoca, tutti sono stati grandi. Ganna è stato il padre di tutti noi. Girardengo il primo dei grandissimi. Poi ci sono stati Guerra, Binda, Coppi, Bartali, tutti grandi. Certo, quello che hanno saputo fare quei due...».
Dei tre Giri vinti, quale ricorda con maggior affetto?
«Le vittorie sono tutte belle, ma il Giro del ’48 per me resta indimenticabile. La vittoria ebbe degli strascichi polemici: la Bianchi mi accusò di aver beneficiato di spinte irregolari sulla salita del passo del Falzarego, e la giuria mi inflisse una penalizzazione di 2 minuti. Io non mi diedi per vinto e riuscii comunque a conservare la maglia rosa con 11 secondi di vantaggio su Ezio Cecchi».
Cosa è per lei il Giro?
«Una festa nazionale e Angelo Zomegnan, il direttore della corsa rosa, è stato bravo anche a portare sulle nostre strade Lance Armstrong. Vedrete, l’americano non verrà qui a fare il turista».
Chi la spunterà a Roma?
«Un corridore completo, capace di interpretare bene una corsa che solo apparentemente sembra più facile dei Giri precedenti».
Intanto, però, lo spettacolo che offre il ciclismo anche in questi giorni non è bellissimo...
«Se si riferisce alla positività di Rebellin, posso solo dire che sono addolorato. Voglio pensare positivo e dico che il nostro sport sta facendo tanto per ripulirsi, mi auguro solo che le pulizie siano terminate».