L’INTERVISTA FRANCO GAI

Villarbasse, hinterland di Torino, zona di imprese Fiat-dipendenti. Tra le poche eccezioni c'è la Gai Giacomo, nata nel 1967. Un quarto della produzione va all'estero, soprattutto Germania, Svizzera, Brasile e Turchia. «Ma la crisi del Lingotto sta mettendo in ginocchio tutto il sistema», dice Franco Gai, uno dei titolari.
Il vostro settore, quello meccanico, è tra i più colpiti dalla crisi.
«L'anno scorso il nostro budget ha subito una contrazione del 35 per cento».
Come avete deciso di intervenire?
«Nell'organizzazione del lavoro, in primo luogo. La produzione adesso copre 13 ore giornaliere su due turni, invece che 16. Abbiamo tagliato gli straordinari. Stiamo studiando un turno di notte che comporterebbe maggiori costi per il personale ma consentirebbe grandi risparmi nella spesa di energia elettrica».
Difficoltà con le banche?
«C'è una gravissima carenza di liquidità. La Fiat non paga nessuno da sette mesi, con effetto a catena nell'indotto. Per fortuna noi non abbiamo molto a che fare, ma ne avvertiamo comunque le conseguenze perché ormai ognuno paga quando può o vuole».
Addirittura sette mesi?
«I tempi per saldare i fornitori si sono dilatati da 60 giorni a 90, 120, 150 e più. Il governo non doveva dare sussidi alla Fiat senza ottenere impegni precisi. In Germania la Merkel ha preteso auto meno inquinanti, in Francia Sarkozy ha imposto zero licenziamenti. Invece Marchionne annuncia che porterà parte della produzione in Croazia».
Il governo non doveva aiutare la Fiat?
«Parigi ha vincolato gli aiuti al divieto di licenziare in Francia. Conosco bene la Valeo, con la quale lavoro da anni. Hanno deciso di tagliare 5.500 persone. Dove taglieranno? Non in patria, non nei Paesi dove la manodopera costa poco, quindi colpiranno in Italia, Stati Uniti e Spagna, dove sono messi anche peggio di noi. Il governo dovrebbe sostenere anche queste realtà produttive minori».
Non vi aiuta il minor costo delle materie prime?
«Nessuno dice che i grandi committenti pagano lo stesso prodotto il 30 per cento in meno di 30 anni fa. È vero che le materie prime sono meno care, ma nessuno ci ha aiutato quando il loro prezzo saliva. Adesso invece tutti vogliono essere aiutati».
Pensate di ricorrere alla cassa integrazione?
«Non voglio né cassa integrazione né licenziamenti. Resisto perché sono un imprenditore, non un finanziere, e ho un'etica. Il nostro è personale altamente specializzato. Da noi la manodopera che lavora in fabbrica arriva a guadagnare più del doppio rispetto a chi sta in ufficio, ma tornitori e fresatori italiani non se ne trovano più. Finché posso, tiro fuori i soldi di tasca mia anche per pagare i fornitori rispettando le scadenze».
La sua ricetta per uscire dalla crisi?
«Da anni cerco di creare un consorzio tra imprese di settore per sviluppare sinergie, ma pochissimi mi danno retta».