L’INTERVISTA JOSEPH CEDAR

Il nemico è invisibile. Spara razzi e colpi di mortaio da luoghi nascosti e ben protetti. Potrebbe essere la Striscia di Gaza, ma in questo caso è la terra di Hezbollah, la roccaforte dei miliziani sciiti del Sud del Libano. L’atmosfera è rarefatta, cupa, claustrofobica nell’ultimo avamposto israeliano nel Paese, arroccato accanto alle rovine del castello di Beaufort, fortezza crociata del XII secolo. È il 2000 e un’unità di Tsahal è appesa in un limbo, tra attacchi, morte e dispacci radiofonici: si aspetta che il governo israeliano ordini il ritiro, come in queste ore si attende l’annuncio di una tregua a Gaza. Beaufort, fortezza simbolo di 18 anni d’occupazione, è il titolo di un film del 2007, uscito proprio dopo la guerra con Hezbollah, del regista israeliano Joseph Cedar. È stato candidato all’Academy Award, premiato a Berlino. È una pellicola contro la futilità della guerra ma anche sul valore di un atto di coraggio: il ritiro. Capace di ridare ottimismo a una popolazione stanca di vivere al fronte. Oggi, mentre Tsahal è impegnato in un altro conflitto, dice Cedar al Giornale, è proprio l’ottimismo a mancare in Israele.
Qual è il sentimento prevalente nella popolazione in questi giorni?
«È dovere di ogni cittadino vedere speranza alla fine di questo conflitto. Ma nessun partito alle elezioni di febbraio porta un messaggio di ottimismo. I politici sanno che non saranno eletti con una piattaforma di pace. I razzi hanno distrutto le premesse di dialogo della sinistra. La narrativa israeliana è: il conflitto non ha nulla a che vedere con confini e territori. Ci siamo ritirati da Gaza e sono arrivati i Kassam. È difficile non essere d’accordo».
Dopo molti giorni c’è ancora un grande sostegno all’operazione, perché?
«L’esistenza di un vasto consenso alla guerra in corso è uno degli aspetti più spaventosi di quello che sta succedendo. L’appoggio crollerà quando aumenteranno le vittime israeliane. Ora quello che accade a Gaza ha un effetto limitato sulla popolazione».
I suoi soldati di Beaufort lamentano un divario: loro al fronte, i coetanei nei bar di Tel Aviv. È così oggi?
«È vero solo in parte: certo, la vita va avanti al Nord e nel centro d’Israele, ma il Paese è piccolo e tutti noi abbiamo un parente o un amico nell’esercito. E poi, la guerra la senti ovunque».
Qual è l’immagine di questa guerra che le è rimasta più impressa?
«Rispetto al conflitto in Libano, le immagini che arrivano sono poche, per via della nuova politica dell’esercito e la chiusura della Striscia ai giornalisti. L’immagine che ho in mente è quella del fumo che si alza dai palazzi della Striscia di Gaza».