L’INTERVISTA LEA VERGINE

Mentre assistiamo a un revival dell’uso del corpo nell’arte contemporanea (pensiamo a Tino Sehgal) si diffonde l’opinione che la performance come genere artistico sia finita. Che cosa ne pensa Lea Vergine, una delle maggiori studiose del fenomeno della body art?
«Tutti i gruppi, le tendenze o le poetiche, hanno cadenze di nascita ed esplosione e poi si chiudono con forme di epigonismo. Un conto è quando Gilbert & George o Joan Jonas rifanno qualcosa che sono stati tra i primi a fare, ma che dei giovani la pratichino... Diventa un modo per declinare canoni trascorsi. Certo, qualcuno ha un vero talento, da Vezzoli alla Beecroft, da Matthew Barney a Maurizio Cattelan».
Sempre più le performance sono agite da gruppi, penso a Vanessa Beecroft o ad alcuni lavori di Paola Pivi.
«Ora c’è un aspetto più “collettivo”, la performance acquista in “teatro” quello che perde in “diario”».
Oggi spesso assistiamo a performance di artisti che usano anche altri linguaggi, Martin Creed per esempio. È significativo?
«È indice di un cambiamento di rotta. La body art era fatta col corpo di chi progettava l’azione. È un movimento esaurito, restano gli iniziatori di quel linguaggio, che hanno saputo trasformarsi, come Marina Abramovic, anche gli ultimi lavori di Gina Pane erano diversi.»