L’INTERVISTA MARCO FORTIS

Ancora un calo, con l’indice della fiducia dei consumatori italiani misurato dall’Isae sceso in febbraio a 107,7 punti e tornato così ai livelli del luglio 2009. Una caduta non isolata, ma speculare a quella statunitense e anche al pessimismo espresso dalle imprese tedesche con la rilevazione dell’Ifo. «Rispetto agli indicatori dell’economia reale - spiega Marco Fortis, docente di economia alla Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison - , la consumer confidence offre segnali più ballerini perché ha una forte componente psicologica. Famiglie, investitori e operatori economici sono stati bombardati di recente da bad news: dalla precaria situazione finanziaria della Grecia ai dati non confortanti sull’andamento del Pil. Tutto ciò determina un peggioramento dell’umore e una valutazione più pessimistica sulle prospettive economiche».
Lei ha citato il caso-Grecia. Ma davvero i consumatori avvertono come un pericolo gli squilibri contabili di Atene?
«La percezione è immediata. Pensi a una nostra azienda che fino a poco tempo fa vendeva rubinetti ai greci. Ora quei rubinetti restano nei magazzini perché le banche praticano tassi altissimi, da Repubblica di Weimar, e il trader greco non riesce più a finanziarsi».
È un pericolo che corrono tutte le nostre aziende esportatrici?
«Temo di sì. E le ripercussioni sono inevitabili, visto che l’export pesa per il 22% sul nostro Pil. La caduta dei consumi a livello mondiale è figlia dell’altissimo indebitamento privato, attorno se non superiore al 100% del Pil, di Paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna. In Italia siamo appena al 40%. Le faccio un altro esempio. Un distretto industriale come quello di Prato ha funzionato bene fino al 2007. Ora, oltre a dover fronteggiare la concorrenza cinese, quel modello deve anche fare i conti con ricavi crollati del 50% per mancanza di domanda. E i lavoratori pratesi, visti i tempi di magra, aspetteranno per rifarsi il guardaroba o comprarsi l’auto nuova».
Dobbiamo dunque sperare nei Paesi emergenti?
«Questi Paesi offrono opportunità molto selettive, ma insufficienti per far ripartire l’economia mondiale. Gli ultimi dati dicono che le nostre esportazioni verso la Cina sono cresciute del 20% e del 40% quelle verso la Turchia. Ma i volumi, al di là delle percentuali, restano scarsi. Le strade, o le ferrovie, i cinesi le costruiscono con beni e servizi made in China, non con quelli stranieri».
C’è chi parla di declino inevitabile delle piccole e medie imprese: è d’accordo?
«Non credo. Semmai, la vera crisi riguarda le multinazionali estere. La spinta a delocalizzare è originata dal crollo dei profitti che porta alla ricerca di aree dove il costo del lavoro è più basso. A mio avviso, nel futuro prossimo l’85% dei disoccupati sarà rappresentato dai lavoratori delle grandi imprese. Un ostacolo evidente alla ripresa».
A fronte di consumi depressi, si rinnova periodicamente l’invito al governo a mettere in atto misure di stimolo...
«Stimoli? E con quali soldi? Tagliare la sanità significa mandare a casa altre persone, che a loro volta smetteranno di consumare determinando nel breve una caduta ancora più forte del Pil. E poi, se l’Italia si allontana dalla linea del rigore, siamo nei guai. Oggi siamo messi meglio di altri Paesi Ue, grazie a un disavanzo primario di zero virgola. Dobbiamo continuare così».