L’INTERVISTA MARCO SEMENZATO

È stato il primo, o almeno uno dei primi a mettere sull’avviso la propria clientela, con due lettere inviate nel marzo e nell’ottobre del 2008: nella prima ha segnalato l’eccesso di quotazioni dell’arte contemporanea «che non potevano che scendere», nella seconda ha preso atto di una crisi ormai conclamata. Il suo messaggio era: «L’arte antica dà maggiori garanzie di essere un buon investimento». Marco Semenzato è amministratore delegato di San Marco Casa d’aste, nata a Venezia nel 2005, che ha come patrimonio i cinquant’anni di esperienza di Franco Semenzato, padre di Marco, un nome illustre sul mercato dell’arte e dell’antiquariato in Italia.

È sempre dell’idea - gli chiediamo - che il contemporaneo sia un terreno minato?

«Era assurdo che artisti sotto i trent’anni, autori di sei-sette installazioni in tutta la loro vita, valessero un milione a pezzo. Credo che fossero le speculazioni sulla Borsa americana ad alimentare anche questa bolla. All’interrompersi di quei flussi, era ovvio che il giocattolo si sarebbe rotto»

Che cosa consiglierebbe a un investitore che voglia muoversi con avvedutezza nei vari settori di arte e antiquariato?

«Oggi si può ricominciare a comprare mobili antichi. Negli ultimi anni hanno perso talmente tanto che più giù non potranno andare».

Un esempio?
«Una ribalta lombarda oggi è ai prezzi di 15 anni fa, quando valeva 80 milioni: ora si vende a 30-40mila euro. Ma nel 2001, all’ingresso della moneta unica, si pagava anche 100-120mila euro».

E il mobile moderno? Si avverte interesse per il design degli anni Settanta.
«Ha costi accessibili e prospettive positive. Anche il mobile Decò, che in Francia ha già prezzi molto elevati, in Italia si compra ancora a livelli ragionevoli».

La pittura antica è l’area più nobile del collezionismo. Con che logiche si sta muovendo il mercato?
«Da un punto di vista economico ha tenuto abbastanza bene, ma negli ultimi anni si è assistito a un affinamento di comportamenti da parte dei compratori. Si è capito che la bellezza vale più della griffe. Così ha fatto investimenti migliori chi ha acquistato quadri di qualità anche se di pittori di secondo piano, piuttosto che quadri modesti di firme più illustri. Poi il mercato si mostra più diffidente rispetto a perizie troppo generose o attribuzioni stiracchiate. Chi investe vuole certezze».

L’Ottocento?

«Quello italiano non soffre sulle quotazioni, ma della rarefazione di belle opere sul mercato. Negli anni Ottanta e Novanta lo smembramento di grandi collezioni ha alimentato gli scambi, che ora sono molto più lenti. In questi anni poi si stanno scoprendo tanti bei pittori, anche regionali e di secondo piano, la cui qualità fa premio sulla loro fama».

Gli oggetti di collezionismo?
«Sono legati a mondi di passioni e di slanci, e quindi reggono. Ma le oscillazioni derivano soprattutto da eccessi degli anni passati: per esempio i prezzi delle maioliche sono scesi del 40%, mentre gli argenti italiani non sono più così ricercati e in due-tre anni hanno perso il 30%. Tengono le stampe d’autore e di vedute, ma sono un collezionismo un po’ vecchio».

C’è forte interesse invece per la fotografia.
«Sì, in Italia si compra ancora bene e ha prospettive interessanti. Piace ai giovani, è di moda ed è vissuta anche come status symbol».