L’INTERVISTA MARIO MATTIA GIORGETTI

Incontrare Mario Mattia Giorgetti è meglio e peggio di mettersi in contatto ravvicinato con un vulcano in eruzione. Perché questo eterno ragazzo di sessanta e passa primavere dal sorriso accattivante che pare spunti più per caso che per gioco sotto la sua foltissima barba bianca, è l'ultimo mattatore in servizio permanente della scena italiana.
Più che un uomo poliedrico è infatti ciò che gli anglosassoni designano con rispetto sotto l'etichetta orchestra man. Come mai? È la domanda che rivolgiamo a questo eccentrico signore che di Milano è cittadino da sempre ma che nella nostra città finisce per essere un eterno gentiluomo di passaggio, in bilico perpetuo tra una regia a Zagabria, uno stage a Lisbona e una tournée in Estremo Oriente. Sempre all'insegna di quel teatro dell'autore italiano che impone caparbio all' attenzione di tutti.
«Come mai», risponde lui pacato, «è una locuzione che con me non attacca. Dato che sono e rimango un attore. Si dimentica che, nei primi anni sessanta, quando Carmelo Bene girava sconosciuto per le cantine di Trastevere, io proprio qui nella città dei Navigli avevo fondato L'informativa ovvero la prima ditta teatrale appositamente creata per far conoscere al pubblico italiano quegli autori di punta che nessuno voleva? Dal Murray Schisgal dei Dattilografi all'Orton di Mister Sloane o dell'ospitalità?».
D'accordo, ma da allora è passata tanta acqua sotto i ponti. E Giorgetti, senza smettere i panni dell'attore, è diventato regista e poi direttore editoriale, non è vero?
«Senza per questo rinunciare a essere l'Eterno Teatrante, versione moderna dell'Ebreo Errante... In fondo, se devo attribuirmi un'etichetta, vorrei mi si chiamasse d'ora in poi il Paladino degli Autori Teatrali di casa nostra: una via di mezzo in carne ed ossa tra un imbonitore della tempra di Mangiafuoco, il burbero eroe di Pinocchio, e un ministro senza portafoglio che porta all'estero e impone in patria,nei teatri,ma anche nelle scuole nei musei e magari nei salotti dove si discute d'arte e di cultura quei testi meravigliosi che da noi stentano a trovar la via del palcoscenico».
Ma come fa, scusi?
«Semplicissimo. Sia nella sede di "Sipario", il mensile che dirigo da anni, che nei loft degli artisti lombardi o, a Roma, nei saloni di quelle case patrizie dove ancora si trovano i poeti, gli artisti, gli intellettuali che fanno tendenza, io metto in scena i testi che tutti dovrebbero conoscere. Dal Casanova di Massini che presto dirigerò a Zagabria ai capolavori di un grande della scena come Edward Bond di cui detengo i diritti esclusivi».
Sono letture sceniche o spettacoli veri e propri?
«A volte show con tanto di scene e costumi,a volte mise en espace recitati da giovani della nuova leva o da artisti ingiustamente dimenticati, come Maria Monti, una milanese doc da troppo tempo messa in soffitta».
Mi congratulo, ma... e con le istituzioni che rapporti ha? «Amichevoli ma conflittuali. Sa che "Sipario", l'unica rivista che fa promozione drammatica in Italia e che, all'estero, è acquistata da tutti gli Istituti italiani di Cultura, continua a tutt'oggi a non ricevere una lira, pardon un euro, dallo Stato come strumento di diffusione teatrale?».