L’INTERVISTA MARIO RESCA

Come coniugare la cultura con il business e aumentare fatturato e utili del turismo, l’industria nazionale numero uno? Certo, è questione di mentalità. Ma anche di mettere gli uomini giusti al posto giusto. Il governo Berlusconi, per iniziativa del ministro ai Beni culturali Sandro Bondi, ha cominciato bene, creando la (paradossalmente) ancora assente figura del direttore generale del dicastero e nominando un manager (si, avete capito bene: manager) di chiara fama, come Mario Resca. Dopo i primi 400 giorni al timone (come consigliere del ministro; entro l’estate con incarico ufficiale da decreto del presidente della Repubblica) della non invincibile corazzata dei Beni culturali, sentiamo da lui le novità.
Dottor Resca, come mai uno come lei non è entrato nel «Gotha» dell’Expo?
«Guardi, io vengo dall’impresa e mi interessava un’esperienza nel pubblico. L’offerta del ministro Bondi per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale è una sfida che mi solletica troppo».
Cos’ha trovato a Roma, madre di tutte le burocrazie?
«Non ci crederà, ma ho trovato - e non solo a Roma - grande professionalità e qualità umane. La squadra c’è».
Quali sono le tre priorità ineludibili?
«Uno: mettere al centro dell’attività i nostri “clienti“, cioè le persone normali che vanno nei musei e girano per l’Italia, Quindi: cultura a disposizione di tutti, non “costruita“ per gli addetti ai lavori. Due: gruppo di lavoro motivato, compartecipe delle decisioni, quindi formato e informato. Tre: partner privati con cui costruire insieme dei percorsi turistici, amplificando le potenzialità del business e offrendo al contempo più servizi ai clienti, coi quali bisogna comunicare molto di più e meglio».
Le risorse sono sempre poche?
«Sono limitate per definizione. Ma vediamo di impiegarle bene, cominciando con l’introdurre - e mi rivolgo al governo - sistemi di incentivazione fiscale per chi investe in cultura. Le sembra normale che l’Iva sul commercio di opere d’arte in Italia sia del 20% e in Francia del 5?!».
Qual è il peggior difetto del nostro sistema?
«L’abitudine dello Stato di distribuire soldi a pioggia. Ora basta. Piuttosto cominciamo a innescare un circolo virtuoso tra pubblico e privato facendo del sano marketing».
Parla proprio come un manager...
«Creda a me: o si imbocca quella strada lì o possiamo tornarcene a casa. I musei sono un’attività di servizio. Quindi, o il servizio lo si dà competitivo, o la gente va altrove, come, del resto, sta facendo».
Mi viene in mente Brera...
«La “Grande Brera“ sarà la priorità numero uno per Milano, pronta per l’Expo. E’ efficace l’accordo interministeriale per portare l’Accademia nell’ex distretto militare di via Mascheroni e inglobare nella sede storica palazzo Citterio, creando un unicum museale, con servizi di prim’ordine (spazi, orari convenienti, caffetteria, shop), che dovrà vivere di eventi e iniziative tutto l’anno».
Milano non meriterebbe un museo di Leonardo?
«Ha messo il dito nella piaga. Certo che si! Così la città si connoterebbe in modo originale ed esclusivo, diventando un’icona mondiale. Come la “Gioconda“ per il Louvre che, guarda caso, è proprio di Leonardo, cioè di un italiano».
E un museo d’arte contemporanea in città?
«Qui sarei un po’ più cauto. E’ un problema che va affrontato su scala più generale, sempre per garantire la migliore competitività possibile».