L’INTERVISTA MASSIMO BUBOLA

Rimini, Fiume Sand Creek, Don Raffaè sono alcuni dei classici di De André scritti in coppia con Massimo Bubola, cantautore innamorato delle radici rock americane. Una collaborazione spalmata lungo 12 anni (1978-1990) e due album (Rimini e quello da tutti chiamato L’indiano) che «rinasce» con Bubola che pubblica il cd Dall’altra parte del vento, esplicitamente sottotitolato «Rivisitazione delle liriche e delle musiche composte dal signor Massimo Bubola con il signor Fabrizio De André».
«Il cd non è un tributo - dice Bubola - se ne fanno troppi e spesso inutili, ma il ricordo di un viaggio fatto insieme».
Pochi possono dire di aver scritto con Faber.
«Il mio primo disco, Nastro giallo, fu prodotto da Roberto Danè, che era anche il suo produttore. Fabrizio lo ascoltò e rimase impressionato dai miei suoni che dal rock si dipanavano nei rivoli del blues, del country, del tex mex».
Così l’ha conquistato?
«Sì, ma lui da buon genovese mi ha studiato molto, con una lunga frequentazione tra Milano e la Sardegna».
Quale è stato il punto d’incontro?
«Abbiamo rotto i canoni; lui era un poeta che amava la cultura francese, io un cantautore che amava la letteratura rock americana, dalle leggende popolari a Ginsberg. Per esempio Una storia sbagliata, dedicata a Pasolini, è scritta descrivendolo come una specie di Jesse James».
Come lavoravate?
«Come due pittori. Per noi erano importanti i colori, le sfumature; spesso partivamo tracciando dei segni con le matite colorate per vedere l’effetto cromatico e trasformarlo in parole e musica. A volte lasciavamo in sospeso dei brani per lunghi periodi, e quando li finivamo erano esattamente ciò che volevamo esprimere: parte di noi e della realtà. Un lavoro riconosciuto ancora oggi, visto che Wim Wenders ha inserito il nostro blues Quello che non ho nel film Palermo Shooting».
C’è anche l’inedita “Dall’altra parte del vento”.
«È una ballata che ho scritto ispirandomi ad un film di Orson Welles mai terminato. Ho immaginato che una notte, in un bar, Fabrizio mi apparisse e mi svelasse alcuni segreti della vita, e forse è accaduto davvero».
E in realtà cosa le ha insegnato?
«Tanto, non solo musicalmente, ma anche sull’agricoltura, sui fiori, sulla natura».
Come vive questi dieci anni?
«Spero che l’interesse intorno ad un grande poeta popolare come lui non si fermi alle celebrazioni ma serva da spunto per nuovi artisti».
I cantautori oggi?
«Ce ne sono tanti bravissimi nel pop, mancano quelli impegnati. Del resto è difficile fare l’autore: ci sono uno o due Molière e mille attori di teatro».