L’INTERVISTA MATTEO SALVINI

Matteo Salvini si vergogna?
«Vergogna? Di che cosa?».
Di quella perfomance che la immortala in un video girato a Pontida dove lei intona un coro che offende il popolo napoletano.
«Offende i napoletani? Ma è un coro da stadio, in una notte dove insieme a un gruppo di amici abbiamo trangugiato non so quanti boccali di birra e abbiamo sfottuto mezz’Italia calcistica. Un coro da stadio, capito? Non devo scusarmi di niente e con nessuno».
Scusi, Salvini, forse però non si ricorda il testo di quel coro?
«Ue’, lo intono ogni volta che il Napoli gioca contro il Milan. Lo so a memoria: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani. Oh, colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati”».
E anche ripetendolo e, quindi, comprendendolo non avverte la necessità di abbassare la testa, di cospargersi il capo di cenere e chiedere scusa?
«Vado a San Siro da quando avevo dieci anni. E di coretti magari un po’ volgari e sopra le righe ne ho sentiti a migliaia. Giuro, davvero, non comprendo questo can can. Io allo stadio sono un tifoso, non tiro monetine e mi diverto a sfottere gli avversari. E l’ho fatto anche a Pontida, tutto qui. Niente politica».
Precisione per precisione, nel sacro pratone di Pondida non c’erano avversari ma solo leghisti.
«Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Ripeto: quella notte abbiamo sfottuto sia la squadra del Napoli che quella del Como o del Brescia. Mi sono beccato da milanista doc un bel po’ di insulti e da milanista doc li ho resi con gli interessi ai veronesi. Questo è tifo, quello che ogni domenica porta allo stadio anche ministri e sottosegretari a partecipare a cori e coretti. E, poi, per evitarle la fatica di una domanda, preciso che era una notte in quel di Pontida e non durante il giorno speso invece tra incontri e dibattiti sul federalismo».
Cerchiamo di capirci. Lei, Salvini, è un parlamentare. Ha un ruolo istituzionale. L’immagine è anche sostanza.
«Suvvia, per favore, non esageriamo: quando ero in aula a Montecitorio - oggi, peraltro, ultimo giorno utile mi sono dimesso per evitare l’incompatibilità con l’europarlamento - oppure adesso in quella di Strasburgo so quel che faccio. Fuori, tra amici tifosi, tra avversari di calcio, io faccio quello che voglio e che, comunque, faccio ogni domenica allo stadio».
Non so se finge di non capire. Lei è un razzista, odia i napoletani, spargerebbe disinfettante sui treni come fece Mario Borghezio...
«Quell’episodio appartiene al passato, altri tempi. Io non sono un razzista e non odio i napoletani. Anzi, faccio parte di quel governo Berlusconi pieno di leghisti che ha ripulito Napoli dalla monnezza».
Il contenuto di quel video è grave, onorevole. Tutti reclamano le sue scuse.
«Anche la Lega? Che dice Umberto Bossi?».
Il Senatùr non dà peso, sostiene che «sono tutte stronzate» e dice che «dovrebbero chiedere le dimissioni di Salvini perché canta male».
«Ecco, io non mi scuso con nessuno. Bossi ha capito lo spirito di quella serata, chi non l’ha compreso può continuare a menare il torrone».
Marco Reguzzoni, apprezzato parlamentare leghista, parla però di «ennesimo errore»...
«Già, solo chi non fa non sbaglia.
Lei di «errori» ne commette tanti, ad esempio ha chiesto l’apartheid sul metrò di Milano.
«Ho chiesto e lo torno a chiedere carrozze notturne per sole donne. (Squilla il cellulare, suoneria Oh mia bella Madunina). Anche il sindaco di Milano era d’accordo. Pure lei razzista. Anche Alessandra Mussolini applaudiva quella richiesta».
Adesso, la Mussolini l’invita a «sciacquate a vocca primma ’e parlà e nuiè».
«Salto la domanda. Non rispondo. È un dialetto che non conosco pur apprezzando e rispettando da padano tutti i dialetti».
Non le sembra di esagerare, di tirare un po’ troppo la corda?
«Giuro, non capisco una parola di quel gergo napoletano e quindi non rispondo. Voglio però dire con chiarezza e senza giri di parole che non ci sto a passare per razzista e incivile. Queste accuse sono carta straccia».
Resterà però quel video, quel coretto volgare che chiunque, anche suo figlio, potrà scaricarsi domani da internet e, magari, chiederle ragione.
«Quando vado allo stadio può capitare che porti anche mio figlio. Ascolta quei cori, come fanno altri ragazzi. Sorride, se è il caso scuote la testa e finisce lì. È tifo, solo tifo».
Ah, ma lei dice «negro» o «nero»?
«Non ho paura delle parole. Io dico “negro” perché non gli do alcuna connotazione dispregiativa che, senza forse, gli dà chi li chiama “neri”».