L’INTERVISTA MAX GAZZÈ

Con quell'aria malinconica e dal sapore anni Settanta, Max Gazzè si rivela da subito per quel che è, un outsider in un universo - quello della musica che per estensione si vuol chiamare «leggera» - spesso affollato di «piacioni» e di profili di plastica. Lui, il cantautore romano col baffo nato come bassista e session-man, è di natura e categoria diversa, e quando sostiene che «non ho mai capito veramente cosa si vuol definire come successo: per me è la gratificazione di ricevere apprezzamenti per strada da persone che conoscono la mia musica», beh, viene da credergli senza esitazione. Innanzitutto perché, di questi tempi, il «successo a prescindere» nasce dalla frequentazione di un salotto che si chiama tv e Max Gazzè, in tv, lo si vede veramente poco. Questione di reciproca incomprensione, come spiega il cantautore: «In tv non mi si vede troppo, perché lì dentro la musica spesso viene trasformata in qualcos'altro: non ho i tempi televisivi, mettiamola così. X Factor? Mai vista una puntata del talent-show di Raidue: diciamo che diffido del modo in cui il piccolo schermo manipola la percezione della realtà. E quando la realtà è quella musicale, soffro particolarmente». Ecco perché Max Gazzè lo si trova più sopra un palcoscenico che in uno studio televisivo: al Teatro Ciak domani sera - nell'atteso concerto intitolato «Casi Clinici», uno show tra note e immagini che Gazzè definisci «il mio concept-live» - o, come accadde all'Auditorium di Milano a ottobre scorso, in una stimolante e ardita rilettura di Stravinskij, assieme all'Orchestra Verdi. O ancora, storia di un anno fa, al carcere di Rebibbia, insieme a colleghi come Roy Paci, Piero Pelù e Alex Britti, a insegnare musica ai detenuti. «Il 90% di tutto ciò che ci ruota attorno, su consiglio della tv, è effimero - prosegue Max Gazzè -. E questo effimero, se sei un artista e vuoi legare la tua immagine a un mezzo così veloce e immediato, finisce per condizionarti». Libero da condizionamenti, dunque, il cantautore romano porta al Teatro Ciak un «concept-live» dove suoni e immagini si sposano in modo curioso e originale: alcune proiezioni aiuteranno letteralmente la musica, e anzi saranno, nelle parole dello stesso Gazzè, «un ulteriore musicista sul palco». Ad esempio quando, in alcuni brani un «secondo Max» farà cori e armonizzazioni al «primo Max» - in carne, ossa, baffi e basso elettrico - ben presente sul palco. Accanto a Gazzè musicisti selezionati oculatamente, tutti complici di un progetto, racconta il cantautore, «nato a Crema un po' di mesi fa: io e il gruppo che oggi è protagonista con me abbiamo deciso di produrre uno show audiovisivo ed elettroacustico, un connubio intrigante dal quale abbiamo deciso di eliminare uno strumento basilare come la chitarra, sostituendolo con gli archi del Quartetto EdoDea, arrangiati dalla flautista Silvia Catasta. É proprio con la Catasta che lavorai nel progetto su Stravinskij. Gli altri complici della pazza idea sono il batterista di Bluvertigo e Baustelle Sergio Carnevale, e lo specialista elettronico Megahertz». Il volto «acustico» di Max Gazzè viene dunque colorato da strumenti come il teremin e i sintetizzatori, in un dialogo tra polistrumentisti che, spiega Gazzè, «nasce dal fatto che per un artista i nuovi stimoli sono tutto, sono la stessa ragione d'essere». In programma i migliori brani dall'album La favola di Adamo ed Eva all'ultimo Tra l'aratro e la radio, uscito giusto un anno fa. Intanto, Max è quasi pronto col nuovo disco: «Ho un cassetto pieno di ritmi, strofe, idee, testi: ho già cominciato a scegliere ciò che finirà nell'album, il cui titolo probabilmente sarà Dna. Nella tracklist c'è un brano omonimo, che ben mi rappresenta in questo momento».
Teatro Ciak
Domani (ore 21)
Info 02-76110093