L’intervista Michele Tiraboschi

Professore ordinario di Diritto del lavoro all’università di Modena e Reggio Emilia, Michele Tiraboschi, 46 anni, collaboratore di quotidiani e riviste internazionali, è uno dei più acuti commentatori sui problemi del lavoro e delle relazioni industriali. Allievo di Marco Biagi, continua a essere uno dei più impegnati interpreti del suo pensiero e della sua eredità professionale.
Professor Tiraboschi, lei condivide le preoccupazioni del ministro Sacconi?
«Le condivido pienamente».
Mettere mano alle problematiche del mondo del lavoro, avviare riforme, è un avventura pericolosa nel nostro Paese?
«È la storia a suggerirci di non abbassare la guardia. La strada che porta alla modernizzazione del mercato del lavoro è costellata, nel nostro Paese, di intimidazioni, atti di violenza e anche morti. Questa anomalia non va sottovalutata in momenti come questo».
Ci può essere quindi un terreno di coltura per un rigurgito del terrorismo?
«Credo che la recente manifestazione di Roma abbia dimostrato come basti poco per incendiare gli animi e le piazze».
Quale clima si respira tra i sindacati in questo momento?
«Un clima di impotenza. I tempi delle riforme del lavoro non sono più governati dal dialogo sociale e dalla concertazione ma dall’escalation della crisi internazionale e dagli ultimatum delle istituzioni europee».
Che cosa pensa della proposta del suo collega Ichino?
«Se la proposta di Ichino fosse la proposta del Pd ci si potrebbe ragionare in una logica bipartisan. A me pare, per ora, la proposta isolata di un brillante teorico del diritto del lavoro prestato alla politica. Una proposta che, semmai, dimostra quando la sinistra sia divisa sul tema. Se Ichino vuole davvero buttare via il ferro vecchio dell’articolo 18 dovrebbe sostenere la proposta Sacconi e non seguire una strada isolata».
Dalla Cgil e da una parte del Pd sono arrivate risposte polemiche alle preoccupazioni di Sacconi per invitarlo a «non inquinare un clima già difficile». Come possiamo interpretarle?
«Ricordo bene come Marco Biagi fosse preoccupato da chi inquinava il clima del confronto mistificando la sua proposta. “Peccato - scriveva su Il Resto del Carlino del 21 gennaio 2002 - che famosi giornalisti e sindacalisti di grido usino la televisione per propagandare autentiche menzogne”. Ancor più grave è poi constatare - scriveva su Il Sole 24 Ore del 28 novembre 2001 - “che anche alcuni studiosi facciano opera di disinformazione inducendo gli italiani a credere che qualcuno voglia abrogare il principio del licenziamento giustificato. Si tratta di una menzogna, di una falsità giuridica davvero smaccata. C’è da augurarsi che il dibattito sulla modernizzazione risalga di tono e di qualità. Delle guerre di religione e del conseguente fanatismo, anche relativo all’articolo 18, nessuno ne sente davvero il bisogno”».
L’eredità e il sacrificio del suo maestro non hanno portato a un ammorbidimento delle posizioni, non dovrebbero invitare un po’ tutti ad abbassare i toni?
«Siamo un Paese che dimentica in fretta»
Ci sono alternative non traumatiche per uscire dalla crisi e ottenere al tempo stesso l’appoggio o quantomeno la ragionevolezza dei sindacati?
«Quanti oggi sono contro la riforma dell’articolo 18, specie sul fronte sindacale, dovrebbero forse rivalutare l’altrettanto contestato articolo 8 della manovra estiva che affidava a un sistema libero e responsabile di relazioni industriali il compito di decidere se e quando non applicare l’articolo 18 e altre norme del diritto del lavoro. Se il sindacato non sa assumersi le sue responsabilità, e respinge in toto ogni apertura sul un nodo cruciale del processo di modernizzazione del mercato del lavoro, la palla ripassa automaticamente al legislatore e al governo. Mi pare logico e inevitabile».
Come definirebbe il mondo del lavoro in Italia, oggi?
«Iniquo, schiacciato com’è tra le garanzie di pochi e le insicurezze dei molti che operano nel sommerso, che possono accedere unicamente a contratti atipici e precari o che neppure hanno un lavoro».