L’INTERVISTA PATRIZIA PELLEGRINO

Sul set è in un momento di pausa. Il film «Linea di K» racconta la storia di un ragazzo indeciso sulla strada da imboccare. Lei, Patrizia Pellegrino, è la madre di questo ragazzo difficile, che ha subito violenze dal suo patrigno. Ma Patrizia, non è solo attrice, è anche madre di tre figli. Di cui uno adottivo. Che si chiama Gregory, nato a San Pietroburgo.
In Italia le donne che adottato sono professioniste, laureate, impegnate. Lei si rivede nella categoria?
«Be’ di certo casalinga non sono, ma non ho neppure una laurea in tasca».
Però è una professionista.
«Sì, faccio l’attrice e in questo film sono anche mamma».
Ma perché sono spesso le donne più impegnate ad adottare un bambino?
«Io credo che la donna lavoratrice abbia anche meno tempo per applicarsi alla nascita di un figlio. Paradossalmente se il figlio non arriva, si pensa all’adozione senza preconcetti».
Ma adottare è anche un atto di altruismo.
«Non solo. C’è anche un pizzico di egoismo in una donna, che vuole mettere a tacere al più presto la propria voglia di amare. E credo che sia giusto creare barriere per l’idoneità all’adozione».
Invece per lei cos’è stata la sua esperienza di adozione?
«Una cosa molto seria. Ho lottato e faticato tre anni prima di avere Gregory».
Perché ha faticato?
«Dopo avere ottenuto l’idoneità, io e mio marito abbiamo fatto una corsa contro il tempo per ottenere il bambino».
Perché?
«Se entro due anni dall’idoneità non riesci ad adottare si deve rifare tutto da capo. Un incubo. Io vivevo nell’angoscia di non farcela. Ho contattato molte associazioni che ci chiedevano carte, documenti, perizie di un psicologo e ancora tempo».
E poi che cosa è successo?
«Ho incontrato Anna Torre dell’Associazione Ariete di Napoli. E in sei mesi, dopo il soggiorno di una settimana in Russia, ho potuto abbracciare il mio bambino e portarmelo a casa».
Perché ha adottato un bambino?
«Avevo perso Riccardo dopo una settimana dalla nascita. E nel mio cuore si era annidata la tristezza. Io volevo un bimbo da poter amare con tutta me stessa».
E ce l’ha fatta.
«Sì e dopo di lui ho avuto altri due figli che per lui sono come fratelli di sangue».
Suo figlio ha mai chiesto notizie dei suoi genitori naturali?
«Lui conosce tutta la sua storia: quando l'ho incontrato, a tre anni e mezzo, aveva già piena coscienza di se. Sa anche la mamma è morta e che non ha un padre. La sua famiglia, per lui, siamo noi».
La sua esperienza le ha fatto conoscere gente con i suoi stessi problemi in campo adottivo?
«Ancora oggi ricevo molte mail dove mi chiedono consigli. Ho scritto un libro, Per avere Gregory, in cui ho raccontato la mia storia e ho dato suggerimenti per evitare di perdere le speranze di adottare».