L’INTERVISTA PIETRO PILLER

Pietro Piller Cottrer, un fondista come vede il caso Mannini-Possanzini?
«Lo sport nazionale italiano, quello che dovrebbe dettare le regole di comportamento e dare il buon esempio, ancora una volta si è dimostrato non all’altezza della sua fama».
Ha perso insomma l’ennesima occasione.
«Proprio così, in ogni partita, a tutti i livelli, si assiste a comportamenti scorretti da parte di giocatori, tecnici o dirigenti. C’è proprio la tendenza a fregare il prossimo, che sia l’arbitro o l’avversario, anche per piccole cose».
Lei odia il calcio?
«Al contrario, mi piace moltissimo e lo seguo, sono un grande tifoso della Juve che spesso ho seguito anche in trasferte all’estero, proprio come un vero tifoso».
E allora?
«Allora mi danno fastidio le esagerazioni del mondo del calcio, a cominciare dai soldi che girano, che sono la vera causa di tutti i problemi. Quando ci sono tanti soldi in ballo, le regole valgono ben poco».
In questo caso il problema è proprio quello di una regola non rispettata.
«Se avessero voluto dare un bel segnale non avrebbero protestato per la pena inflitta ai giocatori, che magari sarà pure eccessiva, ma se c’è una regola chi sbaglia paga».
Voi fondisti avete regole da seguire per l’antidoping?
«Qui a Rybinsk ho corso una 15 chilometri massacrante a meno 15 gradi, arrivato in fondo non sapevano se ero quarto o quinto, nel dubbio mi hanno portato ai controlli (previsti per i primi quattro, ndr) non permettendomi nemmeno di cambiarmi o di fare il defaticamento importantissimo dopo ogni gara... Le condizioni in cui ci muoviamo noi sono veramente dure, rispetto a quelle dei calciatori che giocano in stadi con spogliatoi riscaldati e ricchi di confort... A Vancouver, dopo la mia ultima vittoria, dopo l’arrivo ho firmato il foglio per il controllo e mi sono presentato nei tempi previsti, guai a sgarrare».
Si sente tartassato dai controlli antidoping?
«Alcune cose sono mal gestite, dovrebbe esserci maggior collaborazione tra le varie società adibite ai controlli: a novembre, ero in Finlandia, mi hanno fatto un controllo a sorpresa e mi sono ritrovato alle 9 di sera in una sauna minuscola per il prelievo del sangue; il giorno dopo sono arrivati quelli della Federazione internazionale per un altro controllo, e via con un altro buco nelle vene... Però ben vengano questi controlli, non mi lamento di sicuro, perché come li fanno a me li fanno agli altri e io così mi sento più tranquillo!».
Morale della storia?
«Il calcio è lo sport più seguito: dovrebbe dare quindi un buon esempio, sempre. Se si giustifica il ritardo di due giocatori importanti all’antidoping anche i ragazzini delle squadre giovanili si sentiranno in diritto di non rispettare le regole e questo non va bene».