L’INTERVISTA ROBERTO GIACHETTI

RomaIn un’assemblea di autoconvocati accorsi da ogni angolo della città per sostenere una battaglia di democrazia interna nel Pd, uno degli interventi più attesi era il suo. Ma Roberto Giachetti, «il deputato ribelle» che sta digiunando da 18 giorni per chiedere primarie che eleggano l’assemblea cittadina e il nuovo segretario romano, ha atteso il suo turno per parlare. Lo ha fatto dopo quindici interventi, e ha parlato solo per due minuti e mezzo. Gli sono bastati. Dice Giachetti: «Domattina (oggi, ndr) vedrò Walter Veltroni, perché il segretario ha chiesto di parlarmi prima di prendere ogni decisione. Poi annuncerò su Facebook cosa farò». Scelta non facile, visto che una delle possibilità ventilate è l’addio al partito. E pesante anche per il Pd, perché Roma continua d essere - nel bene e nel male - la città simbolo del partito.
Che serata, ieri. Platea affollata fino all’inverosimile, toni pacatamente spietati: c’è chi denuncia i tentativi «di putch» della nomenclatura, chi dice «siamo nati morti». C’è chi si arrabbia: «Festeggiamo Obama, e poi qui comandano le correnti: ci facciamo ridere dietro da tutto il mondo». C’è chi conia giochi di parole: «Situazione antidemocratica nel Partito democratico: siamo alla catastrofe» (Piero Filodifico). Giachetti spiega di non essere l’animatore degli autoconvocati, «solo uno dei tanti».
Lei sta utilizzando «Facebook» per la sua battaglia, aderisce alle autoconvocazioni. Atti irresponsabili per i suoi avversari...
«Questa assemblea è stata l’unica in sette mesi... quindi più che irresponsabile mi pare salutare».
E mettere le riunioni degli organismi dirigenti in rete?
«Facebook e internet sono autentici strumenti di democrazia, grazie a cui migliaia di iscritti dicono la loro. Irresponsabile mi pare chi li critica».
Il caso Roma è una metafora di quel che accade in tutta Italia nel Pd?
«Ero un convinto sostenitore di Veltroni. Ma lui ha fatto un solo, grave errore. Prima ha indicato la via del rinnovamento al Lingotto, poi ha cercato l’accordo con le correnti. Ora le logiche correntizie e di potere stanno devastando il Pd in tutta Italia».
A chi si riferisce?
«Penso ad esempio a Soru, affondato da un pezzo del suo partito su un nodo decisivo come la tutela dell’ambiente».
Sembrerebbe che una parte dei gruppi dirigenti del Pd abbia assunto una linea suicida...
«In una situazione così deteriorata prevalgono piccolo cabotaggio, interessi meschini, paura di misurarsi con il consenso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A Roma, da sette mesi, non si riunisce nemmeno l’esecutivo!».
Votare, dicono, evidenzierebbe le divisioni.
«E che cosa è stato il duello fra la Clinton e Obama? Il problema di questi dirigenti, compreso il segretario romano del Pd che si ostina a violare lo statuto, non indicendo le primarie e pretendendo di essere rieletto dalla stessa platea che lo ha già votato...».
Qual è secondo lei?
«Che loro sanno benissimo cosa accade: stanno deludendo tutti coloro che avevano aderito al Pd. Ma preferiscono tenere ristretto il bacino, per garantirsi il controllo».
Molti gruppi dirigenti seguono questa logica.
«Sì, ma c’è una soglia critica sotto il quale il rischio di implosione è insostenibile. Se il Pd continua così anche chi si illude di mantenere posizioni di privilegio sarà travolto».
Ma Veltroni deve intervenire a Roma?
«Non credo debba farlo nella vicenda del segretario, se non da semplice iscritto. Ma sul rispetto dello statuto che impone le primarie la commissione nazionale di garanzia ha l’obbligo di intervenire».