L’INTERVISTA SERGIO ESCOBAR

I l re Mida del teatro italiano ce l’ha fatta anche stavolta. Sorride soddisfatto Sergio Escobar rimirando, a braccetto col ministro Sandro Bondi e il sindaco Moratti, l’ultimo capolavoro della sua gestione: il restauro ultimato della storica sede del Piccolo di via Rovello e dell’adiacente chiostro rinascimentale con annessi affreschi recuperati grazie al brillante intervento dell’architetto Mariani. E il battesimo arriva, con un coupe de theatre, nel giorno del 40mo anniversario di piazza Fontana. «Un accostamento non casuale -precisa il direttore- perchè questo teatro è legato a doppio filo alla storia e all’anima di Milano». L’apertura straordinaria avvenuta in tempi record -neppure due anni di lavori- mostra al pubblico tutto il fascino di un luogo restituito alla città, oltre che allo spettacolo, e che da fine gennaio vedrà ripartire la stagione teatrale. «Pensi che l’intera operazione è costata solo quattro milioni e 700mila euro. Per un’area di 4.500 metri quadri. Con quei soldi non si acquista neanche un appartamento in centro».
Bel colpo, chi ce li ha messi?
«Il Piccolo per quel che compete il teatro. Poi è intervenuto il sindaco quando ha capito che valeva la pena restaurare l’intero chiostro. Che adesso diventa parte integrante di attività legate al Piccolo e alla sua storia. Qui la gente potrà venire in pausa pranzo e consultare i nostri archivi telematici, prendere un caffè, immergersi nelle letture e aggiornarsi sugli spettacoli. Non solo: via Rovello diventa anche la sede della nostra web-tv e ci saranno attività formative».
Ora con tre sale potrete volare ancora più alto, altro che «Teatro d’Europa». Certo, serviranno nuovi finanziamenti...
«Premesso che, ci tengo a sottolinearlo, siamo l’unico teatro che si autofinanzia per il 51 per cento grazie agli sponsor, indubbiamente ci attendiamo il riconoscimento di un’attività che va ben oltre l’Europa. Finora abbiamo esportato spettacoli in 200 città del mondo, dalla Cina alla Nuova Zelanda, e nelle nostre sale abbiamo fatto recitare in 20 lingue».
Prendete già dal Fus tre milioni e quattro. A «Next», il Salone del teatro finanziato dalla Regione, qualche direttore ha brontolato che siete incontentabili...
«Sono critiche ingenerose e il sostegno che riceviamo è poca cosa rispetto alla mole della nostra produzione. Qualche esempio? Abbiamo appena avviato una co-produzione con Peter Brook e un’altra è in programma con Robert Lepage. Inoltre sono partiti progetti di scambio con teatri di tutto il mondo, con la Russia, con la Corea col Giappone...».
Volete diventare la Scala del teatro di prosa?
«Ognuno ha la sua storia, ma la nostra vocazione internazionale va riconosciuta anche giuridicamente. Speriamo nella nuova legge».
Torniamo a via Rovello. Come inciderà il terzo teatro nella vostra programmazione?
«La sala debutterà il 28 gennaio con le Pene d’amor perdute di Shakespeare diretto da Lev Dodin. Ma paradossalmente la riapertura del vecchio teatro restituirà la vera identità al teatro Studio di via Rivoli che fino a adesso aveva un programma ibrido. Ora tornerà ad essere una sala dedicata alla sperimentazione contemporanea»
A febbraio riproporrete Saviano già andato in scena a ottobre allo Studio. Due volte nella stessa stagione?
«Non c’è niente di strano».
Ronconi ha ringiovanito la compagnia, a cominciare dai giovani registi Carmelo Rifici e Serena Sinigaglia. Il futuro del Piccolo è nelle nuove generazioni?
«La strada è questa già nel presente e vogliamo coltivarci in casa attori e registi. Nel Mercante di Venezia la maggioranza del cast viene dalla nostra scuola».