L’INTERVISTA STEFANO ZAMAGNI

Il professor Stefano Zamagni, tra i maggiori economisti italiani, ha dedicato al non profit larga parte dei suoi studi. Da presidente dell’Agenzia per le Onlus (nata nel 2001), è uno dei conoscitori più profondi dell’arcipelago della solidarietà e delle truffe perpetrate in suo nome. «Fate bene a tenere desta l’attenzione», dice al Giornale.
Che controlli svolge l’Agenzia?
«La legge ci assegna tre compiti: vigilanza e controllo, promozione, consulenza per governo e Parlamento in materia di legislazione sul terzo settore. Ma per svolgere la funzione principale non abbiamo poteri».
Vuol dire che non svolgete controlli?
«Non abbiamo ancora né l’organico né le autorizzazioni. Il decreto della presidenza del Consiglio che regolamenta gli interventi arriverà in autunno».
Quali garanzie avete che il regolamento sarà approvato?
«Quella del sottosegretario Letta che se ne sta occupando. Uno dei pochi che sa dare valore al nostro lavoro».
In questi anni come avete agito?
«Esprimendo pareri all’Agenzia delle entrate sulla cancellazione di Onlus. Sono pareri obbligatori ma non vincolanti: l’Agenzia li deve acquisire ma non è tenuta a seguirli. Finora le cose sono andate molto bene, perché le due Agenzie lavorano all’unisono».
Altre attività oltre i pareri?
«Informiamo la procura della Repubblica, l’Agenzia delle entrate oppure la Guardia di finanza quando abbiamo sentore che qualcuno pesca nel torbido».
Se aveste i poteri che chiedete, come potreste agire?
«La Finanza o le Entrate intervengono solo dopo che la falsa Onlus è stata pizzicata. Noi invece interverremmo all’origine guardando lo statuto e attraverso un «colloquio clinico» con gli amministratori».
Colloquio clinico e occhio clinico.
«Altroché. Conosco questo mondo come le mie tasche. Capisco al volo se sono in buona o mala fede».
L’occhio clinico è migliore della legge?
«I parametri economici che usiamo noi sono gli unici validi. Purtroppo in Italia contano solo i parametri giuridici, per cui chi sbaglia una virgola si prende un verbale o un accertamento, mentre chi rispettando le forme elude, evade o froda la fede pubblica spesso la fa franca».
Le migliaia di false Onlus smascherate sono tutte truffe?
«Le frodi sono una percentuale minima, anche se rilevante. In gran parte succede che, in buona fede o per disattenzione, credevano di essere Onlus senza averne titolo. Non c’è dolo ma solo colpa. I casi gravi, cioè la creazione di figure giuridiche per frodare il fisco o la fede pubblica, non sono più di 100-150 in sette anni».
Un esempio di cancellazione per colpa?
«Lo statuto irregolare. Una norma da soddisfare è la democraticità interna: il capo dev’essere eletto dalla base, non nominato. Se avessimo i poteri che chiediamo, questi problemi si risolverebbero subito e rimarrebbe da pizzicare solo le Onlus truffa».
Veniamo alle Onlus «regolari»: avete niente da dire all’Airc che raccoglie 90 milioni di euro, ne destina alla ricerca poco più della metà e ne accantona un quarto come avanzo di gestione?
«Le raccolte di fondi tramite tv, telefono, bollettini postali sono il vero problema perché l’Agenzia delle entrate o la Finanza non possono fare niente. Da nessuna parte è scritto che la maggior parte dei soldi raccolti deve andare a chi è nel bisogno».
E la sua Agenzia che cosa può fare?
«Entro ottobre emaneremo linee guida per disciplinare la raccolta di fondi, la redazione del bilancio di missione e il sostegno a distanza. Finora in Europa l’ha fatto solo la Gran Bretagna. Sarà una rivoluzione».
L’Anlaids ha speso due milioni di euro per comprare bonsai. L’87 per cento delle donazioni è finito ai vivaisti.
«Le linee guida stabiliranno che almeno il 70 per cento dei soldi raccolti deve andare al beneficiario. Alla Onlus è concesso il 30 per cento, che è già molto. E non si potranno più accumulare grandi avanzi di gestione. Bilanci come quelli di Airc e Anlaids non potranno più essere presentati».
Controllerete voi che queste linee guida siano applicate?
«Lo farà la gente. Prima di una donazione basterà informarsi se l’Onlus è in regola. Faremo un enorme battage pubblicitario. Diremo: italiani, siate sempre generosi ma non siate fessi, quando vi chiedono soldi domandate all’ente se rispetta o no le linee guida dell’agenzia».
Oggi non c’è l’obbligo di pubblicare i bilanci su internet.
«Enti di volontariato, cooperative sociali, fondazioni non hanno obblighi. L’unico soggetto tenuto per legge a rendere noto il bilancio sono le imprese sociali, che non sono più di 400 perché istituite un anno fa».
Onlus e imprese sociali non sono tutti enti non profit?
«Le imprese sociali sono attività economiche gestite da imprenditori senza fine lucrativo. Case di riposo, asili nido, ospedali, banche di credito cooperativo: imprese come le altre che non producono profitto ma utilità sociale».
Il sostegno a distanza è un altro capitolo scottante.
«Sapesse quante ne abbiamo viste: foto false, letterine truccate, robe da matti. Presenteremo le linee guida sulle adozioni a distanza con un convegno nazionale a Udine in autunno: spiegheremo agli italiani come non farsi più prendere in giro».
Ha mai messo qualche spicciolo nelle cassettine dei bar?
«Mai. Chi assicura che quei soldi vadano a buon fine?».
L’agenzia può intervenire per vietare queste raccolte?
«No. Però ormai gli italiani si stanno smaliziando. Comunque è meglio ripeterlo: diffidare sempre».
Non c’è il rischio di scoraggiare la generosità del popolo?
«Queste raccolte sono frutto di una sottocultura. Per troppi anni si è pensato che l’ambito del non profit fosse residuale. Invece negli ultimi 15-20 anni è diventato un gigante: ecco perché bisogna intervenire. Quando la cassettina era messa nel bar di un paesino di montagna dove ci si conosceva tutti, qualche soldo si poteva mettere».
C’era la sicurezza che i soldi andavano in porto.
«Il nostro non profit non è più quello dell’Italia del dopoguerra dove la miseria si tagliava a fette: oggi l’Airc in un anno si becca 92 milioni di euro. Neppure il mio dipartimento universitario riesce a ottenere tanto. Ma c’è il sistema per rendere trasparente questo mondo».
E qual è?
«Una Borsa sociale. Un mercato parallelo dei capitali».
Una Piazza Affari della solidarietà?
«Siamo al lavoro per crearne una in Italia. Questa è la vera trasparenza per mettere fine ai furbastri del borsellino. Non è tollerabile che un ente non profit o un’impresa sociale, solo perché non ha il fine del profitto, non possa accedere al mercato dei capitali».
Le «buone azioni» diventano «azioni buone».
«Nasceranno i bond della solidarietà, un’equivalente della Consob farà i controlli, il governo è interessato».
Ne esistono altre?
«Una sola in Inghilterra, la London Social Stock Exchange. Gli americani ci stanno pensando: vorrei precederli».
Farà concorrenza alle «banche etiche»?
«Se vorranno, le banche etiche potranno farsi quotare. Chiunque potrà quotarsi alla Borsa sociale, anche la Fiat: basterà tenere una contabilità separata per finanziare le attività sociali diverse dal “core business”. Il non profit non può andare avanti solo con la donazione. Con questo strumento potrò finanziare la mia attività sociale come un’azienda profit».