L’intesa piace anche in Borsa e Unicredit guadagna fino al 7%

I mercati sono abituati a ragionare in base alle prospettive. La decisione di ieri del premier Silvio Berlusconi di scongelare una prima tranche da 350 milioni di euro dei fondi libici in Italia, è stato quindi letto come il primo passo verso l’uscita dal freezer dell’intero ex «tesoretto» tricolore di Gheddafi, che ammonterebbe a 7 miliardi. Un patrimonio costituito da partecipazioni di peso (dal 7,5% di Unicredit all’oltre 1% di Eni, dal 2,1% di Finmeccanica al 7% della Juventus), ma anche obbligazioni, depositi e fondi.
La posta in gioco è dunque alta. Al punto che Unicredit, uno dei titoli più direttamente interessati all’epilogo della guerra, è stato ieri protagonista di un vero e proprio rally in Borsa per buona parte della giornata, con un rialzo superiore al 7% guastato nel finale (+1,7%) in seguito alla voce clamorosa (rivelatasi infatti falsa) di un declassamento del rating della Germania. Non va del resto dimenticato che, oltre ad avere come propri soci il fondo sovrano e la banca centrale della Libia, l’istituto di Piazza Cordusio è anche l’unica banca straniera ad avere il permesso di operare sul territorio del Paese nord-africano. La banca verrà a trovarsi dunque verosimilmente in una posizione privilegiata durante il periodo della ricostruzione. Meno forti, ma sempre da considerare, sono i possibili benefici per l’intero sistema bancario italiano, una parte del quale (Unicredit, Mps, Intesa Sanpaolo) è presente nell’azionariato del fondo Ubae, nato nel 1972 per regolare i rapporti commerciali tra Roma e Tripoli. Ieri, giorno in cui la Consob ha esteso al 30 settembre il divieto di vendere allo scoperto, i titoli bancari hanno sfruttato la spinta di Unicredit mettendo a segno buoni recuperi dopo le forti perdite delle scorse settimana: Intesa Sanpaolo ha chiuso con un rialzo dell’1,6% dopo essere salita di oltre il 7%, mentre meglio si sono comportate Banco Popolare (+2,85%) e Montepaschi (+2,9%).
Il futuro sblocco dell’intero patrimonio libico in Italia non sembra del resto preoccupare per un possibile smobilizzo delle quote in mano a Tripoli che avrebbe ricadute sul mercato da non sottovalutare. E questo perché le nostre aziende più interessate al dopo-Gheddafi hanno già provveduto a incontrare il presidente Mustafa Jalil. L’Italia, insomma, vuole continuare a far affari con la Libia. «Sono sostanzialmente molto fiducioso che la nostra produzione continui - ha infatti detto ieri l’ad dell’Eni, Paolo Scaroni -. I rapporti tra Italia e Libia - ha continuato - prescindono da un governo o dall’altro: sono buoni da cinquant’anni e continueranno a esserlo». La garanzia che i rapporti proseguiranno è d’altra parte condizione necessaria per evitare che le aziende italiane danneggiate dalla guerra chiedano risarcimenti aggredendo proprio i capitali attualmente congelati.