L’intuizione di Tremonti sulla Cina

Gianni Baget Bozzo

Il ritorno di Giulio Tremonti al Ministero dell’Economia è avvenuto in circostanze opposte a quelle che avevano determinato il suo allontanamento, il conflitto con Gianfranco Fini e con Antonio Fazio. Ora questa alleanza è dissolta e Tremonti può tornare al suo primitivo incarico mantenendo tutte le sue posizioni. Ritorna in condizioni assai diverse da quelle in cui vi era andato la prima volta, in nome del Nord sviluppato e dei sette milioni di partite Iva, che indicavano la nuova struttura della produzione e del lavoro italiano.
Oggi il quadro è interamente mutato e il mondo delle piccole e medie imprese che aveva costituito il centro della sua prima intuizione politica soffre sotto il peso dell’euro e della globalizzazione che per l’Italia assume la forma dell’ingresso della Cina come grande produttore di merci a basso costo che sostituiscono con imitazioni tutti i prodotti italiani di qualità. È quella stessa zona sociale che era stata oggetto del suo primo approccio, la piccola e media impresa italiana, a essere oggetto del secondo approccio che misura le nuove difficoltà di quel sistema. Il suo libro, Rischi fatali, è una meditazione sul costo della globalizzazione per il sistema Italia.
L’approccio questa volta non si ispira al liberismo tradizionale, che puntava a una diminuzione dell’intervento statale ma è un vigoroso richiamo sulle condizioni politiche del mercato. Egli crea un neologismo, «mercatismo», per indicare la concezione che la mancanza di ogni vincolo politico sul mercato sia la condizione della libertà economica. Egli anzi vede nella concezione del mercato come un assoluto la continuazione, in forma diversa, del mito ideologico del comunismo (in quel caso l’abolizione della proprietà privata): un mito del medesimo ordine, cioè la riduzione di una realtà complessa a un solo fattore dominante che diviene così un criterio totale arbitrario di giudizio. Il mercato richiede delle regole politiche economiche e sociali omogenee che pongono tutti nelle medesime condizioni di partenza. Reggere la concorrenza con un sistema che nasce dalla combinazione del totalitarismo comunista con il capitalismo selvaggio crea una situazione interamente anomala dal punto di vista dello stesso concetto occidentale di mercato. Di qui ne viene la necessità della politica per garantire la sussistenza di un livello di produzione nazionale che sarebbe travolto non dal mercato ma dal suo abuso.
L’Europa rischia la globalizzazione perché il suo sistema sociale funziona nel mercato mondiale come un «socialismo in un solo paese», secondo la celebre definizione di Stalin della Russia sovietica. Il caso della Germania che ha cinque milioni di disoccupati e il cui capitale ha prodotto cinque milioni di occupati all’estero esprime chiaramente la frattura tra l’impresa e il lavoro che è conseguente all’altro fenomeno della globalizzazione cioè la delocazione delle industrie europee verso aree di minor costo e in particolare verso la Cina.
Tremonti percepisce che il sistema politico sociale europeo è messo in crisi proprio nel suo risvolto di unità e di cooperazione tra Stato, impresa e lavoro che è l’essenza del suo modello. Tremonti vuole salvare questo modello ma comprende che non può essere salvato se non esiste una politica europea che protegga il modello produttivo europeo dalla distruzione che una globalizzazione selvaggia vi produce. Egli chiama in causa l’Europa, che aumenta i vincoli della produzione europea con continui regolamenti, nella ricerca astratta di un paradiso del consumatore, vincoli che non si impongono alla Cina e agli altri Paesi asiatici che esportano in Europa. Come potremmo chiamare questo pensiero, che è fondamentalmente la difesa del modello sociale europeo perché esso possa esistere anche in tempi di globalizzazione? In senso nobile si potrebbe chiamare pensiero conservatore perché tende a mantenere la figura dello Stato nazione e a spingere l’Unione Europea a diventare garante di esso. I Paesi centrali europei, Francia, Germania e Italia sono esposti a una grave crisi se l’Unione Europea non diviene anch’essa un soggetto capace di difendere lo Stato nazionale. E per questo Tremonti pensa ad Eurobond che possano garantire opere pubbliche europee, il modello che era stato proprio di Jacques Delors, un cattolico socialista. Sarebbe interessante che il ministro, incaricato di scrivere il programma elettorale di Forza Italia, facesse della globalizzazione e dello Stato nazionale, in quadro europeo, il centro del programma.
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