L’inutile panico degli antimoderni

Ho sbagliato a dare del nonno a Massimo Fini, che infatti ha reagito come un ragazzo, piccato nelle sue convinzioni, senza riflettere su ciò che un «antenato» come me naturalmente sottintende. Non chiudo gli occhi davanti allo strazio che i media provocano nelle teste delle nuove generazioni e non nego una certa forma di rimpianto per dei costumi pieni di grazia ed eleganza ormai perduti. Davanti a queste constatazioni però, lascio perdere le nostalgie e preferisco pensare al migliore utilizzo possibile degli innegabili vantaggi che la modernità ci ha regalato: per esempio internet. È soltanto deleteria la saudade per un passato che, fisiologicamente, doveva finire. Il futuro è adesso: non dimentichiamo ciò che è stato, per dovere storico e morale, e magari versiamo anche un lacrimuccia ogni tanto, ma poi cerchiamo di non fermarci lì.
Quanto a limitare lo sviluppo, vallo a dire ai cinesi e agli indiani. O al rappresentante di quello Stato africano che, con la semplicità dei poveri, in un congresso sui pericoli dell'inquinamento, dichiarò: «Noi, prima di tutto, dobbiamo pensare a mangiare». Un rallentamento unilaterale dell'Occidente sarebbe un suicidio e un danno per tutti. La «modernità» non è morta né morirà, perché il progresso e la voglia di nuovo fanno parte della natura umana, ne sono anzi la molla più vitale. Andare nel panico per questa crescita, questo sviluppo, proponendo soltanto di tagliare le unghie ai nostri desideri, mi ricorda quel Papa medievale che, quando venne inventato il modo di variare traiettoria e gittata delle catapulte, annunciò che il mondo stava per autodistruggersi.
E quindi volemmose bene, caro Massimo, come avrebbero detto ai tempi che tanto ti piacciono.
Giordano Bruno Guerri
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