L’invasione di Taizé: a Milano 50mila giovani nel nome di frate Roger

Cattolici, protestanti e ortodossi insieme per 4 giorni di preghiera. Il compito: finire la lettera incompiuta del fondatore ucciso in agosto

Eleonora Barbieri

da Milano

«Le possibilità per allargare»: le ultime parole di frère Roger, il fondatore di Taizé, ucciso lo scorso agosto, sono la matrice e l’ispirazione per i giovani che, da oggi, sono riuniti a Milano, per l’annuale «Pellegrinaggio di fiducia sulla terra», ormai giunto alla sua 28esima edizione.
Dopo sette anni, i ragazzi di Taizé tornano nel capoluogo lombardo e, come è tradizione, lo fanno in massa: cinquantamila, arrivati da quarantadue Paesi, polacchi in testa (undicimila), secondi soltanto agli italiani che, da oggi, in trentamila affolleranno i locali della ex Fiera.
Quattro giorni di incontri, preghiere e riflessioni sotto il segno di frère Roger: non solo perché la morte improvvisa e violenta del religioso francese ha sconvolto e commosso tutta la comunità ma, anche, perché la sua testimonianza rimane, nell’ultima lettera, incompiuta, come un nuovo messaggio, ancora da sviscerare e da realizzare, una specie di compito speciale affidato ai suoi giovani discepoli.
«La sua morte ha lasciato un enorme vuoto - spiega frère Alois, il nuovo Priore di Taizé -, ma il nostro cammino continua: sentiamo una immensa tristezza e, allo stesso tempo, una grande fiducia che ci coinvolge e ci spinge ad andare avanti. È quello che vogliono anche tutti questi ragazzi: la sera della veglia funebre, a Taizé, sono arrivate circa 2.500 persone». I fedeli di frère Roger, da quel tragico 16 agosto, non hanno smesso di mandare messaggi per ricordarlo, come una signora francese: «Ho conosciuto Taizé negli anni ’60, mi ero recata nella regione per un tirocinio agricolo. Mi ricordo degli scambi nella chiesetta, si ascoltava frère Roger, si scambiava semplicemente, fra noi. Non ero battezzata: un anno dopo chiedevo il battesimo».
Un momento di violenza, quello dell’assassinio del Priore, che non ha fermato la diffusione e la concretizzazione dei suoi insegnamenti: «Si sarebbe potuto pensare che, in un simile giorno, tutti si sarebbero occupati di altre cose - scrive una giovane arrivata per il funerale - e invece no, l’accoglienza è continuata: siamo stati accolti con tè e pane speziato, si sentiva che eravamo i benvenuti. L’accoglienza sempre e ancora. I fratelli erano disponibili per tutti e per ognuno».
Con questo spirito continua, da oggi e fino al primo gennaio, l’incontro dei cinquantamila pellegrini, arrivati dall’Est e dall’Ovest dell’Europa ma, anche, da altri continenti, con l’obiettivo di riunire fedi diverse, cattolica, ortodossa, protestante, in un’ideale condivisione senza chiusure. A loro rimangono alcune righe della lettera che, ogni anno, frère Roger preparava per i suoi ragazzi e che veniva tradotta in 58 lingue: «Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare...»: così dettava, poco prima di essere ucciso, frère Roger, ma si era dovuto interrompere per lo sforzo e la stanchezza dei suoi novant’anni. Ora tocca ai suoi ragazzi completare la frase lasciata in sospeso, «attraverso la propria vita», secondo l’invito del suo successore.
«La lettera di frère Roger - racconta ancora il Priore Alois - è un richiamo alla pace, in due sensi: quella nel cuore del singolo e quella nella società, che sono comunque strettamente legate. Nei giovani c’è una forte ricerca di spiritualità: noi diciamo loro come soddisfarla nella chiesa, e non fuori di essa».