Per l’inventore del Pd un anno ricco solo di flop

Tra sconfitte cocenti e promesse mancate per Walter il sogno del nuovo partito sembra già al tramonto

da Milano

«Francesco, ti dico che ci vado in Africa!». Adesso molti ricordano la promessa che Veltroni fece quella volta a Francesco De Gregori. E quanti nel Pd vorrebbero che a questo punto ci andasse per davvero, Walter, a costruire pozzi d’acqua in Mozambico o in Malawi. È il destino, spietato, di chi cade. Voleva costruire «un partito del nuovo millennio», una grande sinistra moderna tipo il Labour party, i Democrats americani, e invece si è ritrovato dopo un anno dal discorso per l’investitura al Lingotto, con un magma di rancori, delusioni, inimicizie, e una collezione paurosa di flop. Parlava di sogni («ho scoperto che non c’è niente di più realistico»), di Kennedy, di Obama, ed è finito a presenziare assemblee semideserte dove sta in fila ore per prendere la parola, e a lanciare la grande «novità» politica per l’autunno: il tesseramento. Per lui il Pd doveva essere ben altro, «un partito che non nasca dal nulla, ma che nello stesso tempo sia tutto nuovo». Il risultato sembra l’opposto: un progetto già vecchio, tendente all’annullamento, tanto che Veltroni è costretto anche a prendere sul serio chi parla di sciogliere tutto e tornare a Ds e Margherita. Ma per misurare la distanza tra il sogno veltroniano e la realtà, basta leggere l’imperdibile disputa di queste ultime ore tra la Finocchiaro e Mario Barbi, uno dei 45 saggi del Pd. L’appassionante argomento? Se «il regolamento precedente allo Statuto del Pd abbia più valore dello Statuto successivo che attribuisce all’assemblea costituente le funzioni dell’Assemblea nazionale, eccetera». Un partito più vicino alle gente? Ecco forse il miglior epitaffio per il new deal veltroniano.
Ma ormai i notabili del Pd lo trattano come una specie di «dead man walking», ancora in piedi ma non si sa bene fino a quando. Ha annunciato l’adunata in piazza in autunno contro il governo Berlusconi e i suoi «fedeli» hanno squittito un nì, forse, vediamo. Poca roba per uno che aveva come priorità quella di «dare l’idea di grande unità e compattezza», di «camminare insieme, allegramente». La rasoiata definitiva gli è arrivata dal prodiano Arturo Parisi, che cortesemente lo ha invitato a togliere il disturbo perché «chi perde va via, senza tragedie», poveretto, come se fosse solo colpa sua. In qualche modo, è la vendetta postuma di Prodi, spodestato non solo dalla sua maggioranza ma anche dall’ombra di Veltroni, leader di un nuovo partito di centrosinistra fatto apposta per mandare in soffitta il Professore e l’alleanza con i post-comunisti. E se c’è uno nel Pd che gode della disfatta politica di Veltroni quello è proprio l’ex premier.
Difficile del resto rimanere a galla con tutte quelle correnti che gli vorticano intorno, e nel Pd di Veltroni ce ne sono più che in un torrente in piena. C'è quella appunto dei prodiani, pronti col pugnale, c’è quella degli ex Popolari alla Franceschini, fedeli ma non troppo, quella dei teodem cattolici, poi i liberal alla Bassanini, gli eco-dem alla Realacci nipotini dei verdi, i rutelliani, la sinistra piddina. E poi l’eterna e più tumultuosa corrente, un partito nel partito, quella dei dalemiani, allevati a fiele fin dall’inizio della stagione veltroniana. D’Alema con la sua Fondazione Italianieuropei ha già detto di lavorare a una «struttura politica» (con una tv annessa), che sarà di fatto un’opposizione ombra al governo ombra di Veltroni.
Inevitabile che, ora che il re è nudo, vengano a galla tutti i malumori e si affilino i coltelli per la deposizione del leader. Ma già nelle primarie i veleni erano fuoriusciti copiosi. Ricordate? Certo, il successo dei 3 milioni di elettori, la «grande partecipazione di popolo» e via veltroneggiando. Ma dopo quante scornate con Rosy Bindi, altra candidata alla leadership, che lo accusava di voler fare un partito ad personam? Dopo quanti sgambetti dai vari Bersani e Chiti, che gli rinfacciavano già di essere un «verticista», il capo di una nuova nomenklatura? Quelli erano segnali di problemi che sarebbero deflagrati solo al momento della sconfitta, che nessuno però si aspettava così cocente. Sarà stata la retorica della «rimonta», il giro d’Italia in autobus, le cene a casa delle famiglie nelle varie tappe, ad aver illuso prima di tutto il Pd. La scelta di allearsi con Di Pietro, la gestione di Roma, il buonismo élitario che ha snobbato le paure reali del Paese, alla fine anche tutto questo verrà messo nel conto del flop generale. Come la scelta di difendere Antonio Bassolino. Perché ci vuole una bella dose di azzardo per sostenere che il governatore è stato «protagonista di una straordinaria stagione di rinascita» in Campania. Il minimo che può succederti è che qualcuno, alle prime avvisaglie di tracollo, reclami la tua testa.
Così ora Veltroni si ritrova a rincorrere tutti, lui che doveva dare una nuova identità all’opposizione. Deve imitare Di Pietro quando grida alla democrazia a rischio, deve arginare D’Alema che mette in discussione il bipartitismo perché è «un sistema in cui vince solo Berlusconi», e tornare a un sistema multipartitico. Guida un vascello che cambia rotta ogni giorno. A qualcuno addirittura ricorda il Psu di Nenni, fallimentare tentativo di fondere Psi e Psdi. Come «partito del nuovo millennio» non sarebbe male.