L’«inverno caldo» della finanza italiana

La risposta di Piazzetta Cuccia ai rilievi dell’Autorità Antitrust: «Le Generali sono una public company. Noi abbiamo il 14% ma non il controllo»

Massimo Restelli

da Milano

Il cartellino degli «Imprevisti» pescato da Cesare Geronzi sul caso Bagaglino rischia di trasformarsi in un ingorgo «istituzionale» per il Monopoli del credito nazionale. Coinvolgendo Capitalia, Mediobanca e Popolare Italiana proprio mentre prosegue la guerra di posizione per il futuro assetto di Generali. Quest’ultima è impegnata sul fronte industriale in un duro confronto con l’Antitrust per la conquista di Toro. Ma nella battaglia è schierata anche Piazzetta Cuccia, pronta a negare, in una memoria scritta consegnata all’Authority in fase di istruttoria, di controllare il colosso triestino, di dominarne il comitato esecutivo o di condizionarne le assemblee d’intesa con i propri soci. Il cardine della difesa è che Generali sia una public company. Sulla base degli intrecci azionari che legano, oltre a Capitalia, Unicredit e FonSai tale tesi è stata però respinta da Antonio Catricalà, peraltro ancora impegnato a scandagliare le ripercussioni della fusione Intesa Sanpaolo (di cui Generali ha il 5%) sul fronte della bancassurance.
Il tour de force di verifiche imposto dal Tribunale di Brescia sarà evidente già da domani quando, come primo atto ufficiale, il cda di Capitalia sarà chiamato a prendere atto della «sospensione» di Geronzi dalla presidenza e a trasferirne pro-tempore i poteri al vicepresidente anziano Paolo Savona.
Nelle stesse ore Gabriele Galateri inizierà la verifica in Mediobanca, di cui Geronzi è vicepresidente, che dovrebbe convocare entro l’anno il cda per una decisione fotocopia di quella adottata in Via Minghetti. Il 19 gennaio gli atti per «reintegrare» il banchiere passeranno al vaglio dell’assemblea dell’istituto romano, previa una pre-riunione del patto di sindacato, e probabilmente pochi giorni dopo all’esame di Piazzetta Cuccia.
Stesso copione per Roberto Colaninno, anch’egli condannato per il caso Bagaglino e consigliere sia di Capitalia sia di Mediobanca. La merchant bank, da decenni camera di compensazione della grande finanza italiana, è tra l’altro impegnata nel rinnovo del proprio patto di sindacato. Il termine scade a giugno ma, stando ai segnali lanciati dai francesi, tutto potrebbe risolversi a marzo (quando per statuto devono essere consegnate le eventuali disdette). L’intento implicito è individuare un assetto stabile prima del rinnovo in primavera del consiglio delle Generali, di cui Mediobanca è il principale socio con il 14,1%. In Piazza Affari proseguono da settimane gli acquisti per prendere posizione sul Leone dove, dopo De Agostini, alcuni scommettono su mosse di assestamento da parte di Romain Zaleski. Giochi azionari davanti ai quali il placet dato da Geronzi alla conferma del presidente Antoine Bernheim poteva essere letto come un «quaeta non movere» a Trieste. I due sono in piena sintonia dai tempi dell’accordo che ha portato qualche anno fa alla defenestrazione di Vincenzo Maranghi da Mediobanca ma tale asse potrebbe ora perdere forza.
Le conseguenze della decisione sul caso Bagaglino si estendono tuttavia oltre la cosiddetta «Galassia del nord». Puntando il dito su Divo Gronchi, il Tribunale costringe infatti a una tappa intermedia anche la fusione Bpi-Bpvn. In questo caso mercoledì prossimo il cda potrebbe «spalmare» le deleghe tra il presidente Piero Giarda e il direttore generale Franco Baronio, convocando l’assise per il reintegro nella seconda metà di gennaio. Verifica che precederebbe quella per le nozze con Verona (10 marzo), ma che potrebbe diventare occasione di sfogo per un dissenso che a Lodi non sembra rientrato.