L’investitura di Bossi: «Dopo di me? Maroni»

da Roma

L’argomento è delicato, di quelli che basta un attimo per arrivare a scuotere la Lega fino alle fondamenta. Perché tutte le volte che Umberto Bossi si è azzardato a pronunciare la parola «successione» è stato un susseguirsi di invidie, polemiche e smentite sussurrate rigorosamente a microfoni spenti. Un po’ perché dopo lo scompenso cardiaco del marzo 2004 il Senatùr non è più quello di una volta, e al passaggio di consegne devono averci pensato in molti e - per un certo periodo - anche molto intensamente. Un po’ perché la Lega è un partito complesso, diviso in correnti che si aggregano non solo attorno a una persona ma anche su base territoriale. Un partito dove nonostante la malattia il leader resta intoccabile, al punto che i destini di questo o quel colonnello si intuiscono anche e soprattutto dall’intensità dei suoi rapporti con quel di Gemonio. Così, davanti a equilibri tanto delicati, è chiaro che anche una sola parola di Bossi non può passare inosservata.
E così è andata ieri, quando il settimanale Gente ha anticipato i contenuti di un’intervista in cui il Senatùr dice di pensare a Roberto Maroni come «prossimo leader della Lega». Perché, spiega, «lo stimo molto ed è nato come politico con il Carroccio». Un’investitura su cui il diretto interessato preferisce non fare commenti se, intercettato dai cronisti, si limita a chiedere «altre domande». L’ex ministro del Welfare, infatti, sa bene che la materia è delicata e forse deve aver pure ripensato al can can che seguì ad altre interviste in cui Bossi lanciò questa o quella investitura. La prima nel marzo del 2005, quando indicò il figlio Renzo, primogenito del secondo matrimonio, sulla quale si è continuato a mormorare fino a qualche mese fa se ancora a dicembre i vertici della Lega Veneta guardavano con timore a una simile eventualità. E sulla quale torna oggi Riccardo, figlio di prime nozze del Senatùr («una cosa che mi ha ferito», dice in un’intervista a Chi). Poi, nel marzo del 2006, è toccato a Giancarlo Giorgetti (l’unico che indicò come «delfino» anche prima della malattia) e Marco Reguzzoni, il primo presidente della Lega Lombarda e il secondo della provincia di Varese. Ogni volta a via Bellerio è stato un mezzo terremoto e così Maroni si guarda bene dal mettere le mani avanti. Anche se con i suoi non nasconde che «quella di Bossi è una grande dimostrazione di stima, un riconoscimento che mi lusinga». E, aggiunge, «la miglior risposta a chi, dentro e fuori la Lega, in questi ultimi tempi mi aveva attaccato solo per aver cercato un dialogo con la maggioranza dicendo che andavo avanti per conto mio». Ed è chiaro che l’ex ministro del Welfare non pensa solo a Roberto Calderoli («dentro») ma anche a Silvio Berlusconi («fuori»), che in più d’una occasione (anche se mai pubblica) lo arrivò a paragonare a Marco Follini. Insomma, anche se Maroni è convinto che «il segretario resterà Bossi» non può non godersi la soddisfazione di aver «messo a tecere tutte le malelingue».
A via Bellerio, ovviamente, la sortita del Senatùr è stata argomento di conversazione accesa. Anche se oggi La Padania sceglie una linea prudente e decide di non affrontare la questione. E pure i pochi che non si trincerano dietro il no comment restano cauti. Roberto Cota, vicecapogruppo a Montecitorio e segretario della Lega in Piemonte, da sempre vicino a Calderoli ma pure in ottimi rapporti con Maroni, è convinto che «Bossi ora sta benissimo e quello che vuole è restare il nostro segretario». Le sue parole di stima per Maroni, aggiunge, «non sono una sorpresa» perché «è uno dei più bravi». E pure secondo Mario Borghezio, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, «a oggi il problema della successione non si pone». Poi, aggiunge, «qualsiasi decisione prenderà il capo la accetteremo fiduciosi perché sappiamo che è nell’interesse del partito». Certo, ammette Borghezio che un mesetto fa con Maroni aveva avuto qualche scambio polemico, «le parole di Bossi dimostrano una grande fiducia personale» verso l’ex ministro del Welfare.
Sul punto, invece, non vuole tornare il Senatùr. Che ieri - accompagnato proprio dal giovane Renzo - ha passato la giornata a Strasburgo insieme a Borghezio e Gian Paolo Gobbo per partecipare ai lavori dell’Europarlamento (con l’occasione ha avuto vari incontri, da Marco Pannella al vicepresidente del Ppe Antonio Tajani). Della questione, infatti, Bossi non ha fatto parola neanche con i presenti, né per minimizzare né per confermare. E pure durante una lunga chiacchierata telefonica tra lui e Berlusconi si è discusso solo delle attività delle delegazioni di Forza Italia e della Lega a Strasburgo.