L’inviolabile autonomia

Se non è proprio una totale conversione, questa annunciata dai magistrati italiani tramite il loro Consiglio superiore è sicuramente una vistosa correzione di rotta. La potente lobby giudiziaria, che negli anni scorsi ha sempre appoggiato il centrosinistra contrapponendone le aperture illuminate al reazionarismo del centrodestra, adesso se la prende con la «finanziaria» di Prodi. Nella quale è inserito un articolo, il 64, che prevede - per una categoria vistosamente privilegiata, dal punto di vista retributivo e non solo, nel pubblico impiego - una riduzione dei compensi: nonché il collegamento dei compensi stessi alla produttività.
I cavalieri dell’ideale, i fustigatori della mentalità bottegaia imperversante nel ceto medio, gli spregiatori del berlusconismo mercantile e arido, rivelano d’improvviso d’essere attenti e frementi per cose meschine come il soldo, la carriera, gli scatti d’anzianità. In verità chiunque sia un po’ addentro alle segrete cose della magistratura ha sempre saputo quanto conti, al suo interno, la vile pecunia. I lucrosi arbitrati sono stati uno scandalo. Le toghe, che usufruiscono di ferie effettive inferiori unicamente a quelle degli insegnanti, ma con uno stipendio di gran lunga più alto, hanno voluto e saputo imporre un loro status particolare, con larghezza anch’essa particolare remunerato. Non si dimentichi che le indennità parlamentari sono parificate allo stipendio d’una fascia di alti magistrati: cosicché ogni aumento ai magistrati, deliberato dal Parlamento, diventa anche un aumento a deputati e senatori (quando si dice il conflitto d’interessi).
Naturalmente il Csm si è ben guardato dall’affermare con schiettezza che i magistrati non intendono rinunciare a nessuno dei benefici economici e normativi via via elargiti nei decenni da una classe politica debole e - per via di parecchie leggerezze tangentizie - vulnerabile.
Troppo banale. L’organo di autogoverno della magistratura spiega invece in tono virtuoso che «una modifica rilevante dei meccanismi retributivi della magistratura da parte del potere legislativo rischia di incidere pesantemente sui rapporti tra poteri dello Stato e sull’indipendenza della magistratura». Capito? Mentre per noi comuni mortali l’infuriare delle tasse previste nella finanziaria prodiana comporta semplicemente un grave salasso economico, senza pregiudizi tuttavia per la nostra libertà morale e professionale, quando il quattrino viene sfilato non da una anonima giacca o tuta ma da una toga diventa attentato all’indipendenza. Un argomento di carattere sacrale che chiude la bocca a ogni obbiezione, vogliamo forse una giustizia asservita?
Peggio ancora se l’editto di Padoa-Schioppa, in un raro conato di autentica moralizzazione, collega i compensi dei magistrati alla produttività. Questa poi è una bestemmia, potrebbero perfino innescarsi, per via di questo concetto, «pericolosi meccanismi di emulazione». E potrebbe accadere che i magistrati nullafacenti - ce ne sono, così come ce ne sono di molto operosi - fossero penalizzati in busta paga. Non sia mai. Deve vigere l’egualitarismo sordo e cieco, che tollera frequenti eccezioni politiche - vedi i casi di magistrati militanti assurti ad alti destini burocratici o parlamentari e divenuti divi dei mass media - ma rare eccezioni di vero merito.
I moltissimi italiani - la maggioranza, come accertato dai sondaggi - che considerano la finanziaria in discussione una iattura personale e una iattura per il Paese dovrebbero solidarizzare con i magistrati che, sentendo sulla loro pelle la frusta di Visco, si sono ribellati. Ma è difficile che ci riescano. Prima di tutto perché i magistrati, pur se soffriranno ora qualche logorio retributivo, restano largamente al disopra dei loro colleghi in altre branche pubbliche. Poi perché il centrosinistra l’hanno incensato entusiasti, se lo godano. Infine perché è possibile, anzi probabile, che questa categoria prepotente e ammanicatissima riesca ad ottenere - diversamente da altre inermi categorie - un ripensamento governativo e parlamentare.